Caccia ai ‘pagani’

Figli di nessuno nella divisione tra sciiti e sunniti che spacca l’Iraq,
i cristiani riparano in Libano. Dove persino dirsi rifugiati è un lusso

Beirut (Libano)

Per Surur il Paradiso non basta. Il Padreterno le deve qualcosa di più, magari una grazia speciale per i suoi che restano in questa valle di lacrime. Perché nessuno dovrebbe morire come lei: stuprata e sgozzata dentro casa a 17 anni, mentre i genitori e i fratellini erano legati e imbavagliati in un’altra stanza. Uccisa a quel modo per punire suo padre, commerciante di bevande alcoliche a Baghdad, cristiano come quasi tutti quelli che praticano quella professione. «Maledetti crociati che vendete i liquori», li hanno apostrofati quando è cominciata l’aggressione. Erano entrati nella loro casa ad Al Jadida in quattro, alle 5 del mattino, mostrando un ordine di perquisizione e un altro d’arresto, con le divise da poliziotti. Giù li aspettava un quinto uomo dentro a un’auto con le insegne della polizia. Si è capito subito che lo scopo dell’irruzione era un altro. Con un pugno hanno fracassato un paio di denti ad Hakim, il fratello handicappato dodicenne che si era messo a urlare, e hanno immobilizzato i genitori e la sorellina. Il martirio di Surur è durato un’ora. «Pagani che non siete altro, questa è una lezione: vi sgozzeremo tutti», hanno detto quando se ne sono andati. Dal giorno del delitto, il 23 aprile 2006, Hakim ha smesso di camminare.
Canottiera e pantaloncini, dita gialle per le troppe sigarette, seduto sul divano sdrucito del bilocale che condivide con 7 persone a Sid al Bawshriye, periferia di Beirut, Zacarias è un relitto d’uomo. «Mi minacciava l’esercito del Mahdi, mi faceva storie la polizia. Ho pagato un sacco di soldi a tutti. Alla fine non potevo più pagare. E guarda cosa mi hanno fatto». Accanto a lui, la mamma di Surur tira fuori da una busta di cellophane delle fotografie. C’è Surur bambina, la fronte tonda e un sorrisetto timido. Poi lei con un braccio attorno alle spalle di Hakim, vestito con la tunica della prima Comunione, tutti e due in piedi. Il sorriso sempre malinconico, il volto pallido e paffuto, i capelli neri raccolti senza civetteria. È soltanto una bambina un po’ cresciuta, senza un’ombra di malizia. Da qualche settimana la ragazza non andava nemmeno più a scuola: per strada era stata minacciata perché era una delle quattro studentesse (tutte cristiane) che andavano a lezione senza il velo sulla testa. Le insegnanti le avevano consigliato di adattarsi al diktat «per poter garantire la sua sicurezza». Nessuna delle quattro (e delle loro famiglie) aveva accettato.
La casa è affollata perché i genitori di Surur stanno ospitando quattro ragazzi i cui genitori, insieme a un fratello maggiorenne, sono stati arrestati sei settimane fa per ingresso clandestino nel paese. Sono fuggiti in Libano (come altri 40 mila iracheni, 4.500 dei quali cristiani) perché il fratello maggiorenne era stato rapito e liberato solo dopo il pagamento di un riscatto di 30 mila dollari. Sapevano che la storia non avrebbe commosso le guardie di frontiera: il Libano non concede visti d’ingresso agli iracheni e riconosce loro rarissimamente lo status di profughi in cerca d’asilo. Attualmente dietro le sbarre delle prigioni libanesi ci sono 300 iracheni arrestati per ingresso o soggiorno clandestino nel paese. I quattro fratelli minorenni si sono fatti un paio di settimane di riformatorio prima di essere accolti qui. «Li teniamo con noi per onorare la memoria di Surur e perché il loro padre è come un fratello per mio marito», dice la signora. Ma non si sa come faranno ad andare avanti. «Ho venduto la mia auto, ho venduto tutto quello che mi era rimasto, a Baghdad il mio magazzino è stato distrutto. E il permesso di soggiorno sta per scadere», dice Zacarias. Se non ci fossero gli aiuti del vescovado caldeo di Beirut e del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente questa famiglia, come molte altre, sarebbe per la strada.
Migliaia di famiglie di profughi iracheni cristiani in Libano, in Giordania (25 mila circa) e in Siria (fra i 60 e i 100 mila a seconda dei periodi) possono raccontare storie molto simili alla tremenda via crucis degli otto abitanti del bilocale di Sid al Bawshriye. Perseguitati fino all’effusione del sangue in patria, i cristiani iracheni conducono poi vita grama nei paesi dove trovano sicurezza, ma non condizioni di vita dignitose. Sono vittime due volte. Ad Amman, Beirut, Damasco i fuggitivi raccontano storie che configurano un vero e proprio paradigma della persecuzione religiosa e del programma di pulizia etnica attuate nei loro confronti. I rifugiati cristiani iracheni appartengono a quattro categorie sociali: commercianti di alcolici, professionisti del settore sanitario, dipendenti di ditte americane o irachene a partecipazione straniera, poliziotti e militari.

Guai a vendere alcolici
La loro via crucis comincia sempre con telefonate minatorie o lettere anonime, minacce e inviti ad abbandonare la casa e il paese scritti sui muri della loro abitazione o addirittura contenuti in Cd abbandonati davanti alla loro residenza. Oltre agli insulti, le minacce contengono accuse di collusione con gli americani o inviti ad abbandonare la religione cristiana, e sempre l’ingiunzione di abbandonare la propria città o l’Iraq, se non si vuole subire un rapimento o essere uccisi. A un ulteriore livello, le minacce si sostanziano nella distruzione dell’esercizio commerciale di proprietà, nel rapimento di un congiunto che viene rilasciato solo dopo il pagamento di una forte somma, e nei casi più gravi nell’uccisione di un membro della famiglia.
Dopo questi eventi le famiglie lasciano effettivamente le proprie case e si trasferiscono in altri luoghi o fuori del paese. Gli edifici vengono occupati dai mujaheddin o da famiglie di musulmani provenienti da altre regioni, oppure dalle forze americane e dell’esercito iracheno per prevenire la guerriglia. In questa maniera interi quartieri o addirittura città sono stati svuotati dei loro abitanti cristiani. «Prima della guerra a Bassora c’erano 30 mila cristiani, ora ne sono rimasti 500», dice Fouad Youssef Jabbo, un cristiano fuggito con la famiglia dalla città sei mesi fa dopo essere stato minacciato di morte perché lavorava per un’impresa americana e perché la moglie non portava il velo, ora insediato a Beirut. «Per andare a Messa si fanno scortare da guardie armate». «Hanno svuotato Dora di tutti i cristiani che la abitavano», dice Eptisam Mansour, originaria di tale quartiere ad alta presenza cristiana di Baghdad e ora assistita dal vescovado caldeo a Beirut. «Sono arrivati a lasciare davanti alle case dei cristiani, individuate una per una in certe vie, un video dove un uomo barbuto, armato e mascherato, ordina ai cristiani di lasciare le case del quartiere se non vogliono essere uccisi». A Damasco abbiamo incontrato un medico musulmano di Baghdad che lavora per un’agenzia internazionale. Lo chiameremo dottor Farod. «Le occupazioni di case sono opera di gruppi organizzati che procedono in modo sistematico», confida. «Ogni quartiere viene omogeneizzato o in senso sunnita, o in senso sciita. I cristiani sono espulsi dagli uni e dagli altri e non gli resta che l’esilio. Le case sono occupate dai combattenti o dalle loro famiglie».
Le amarezze dell’esilio sono innumerevoli. Nessun paese della regione applica la convenzione di Ginevra sui rifugiati. In Giordania gli iracheni entrano con visto turistico e dopo 3 mesi diventano immigrati clandestini. Accumulano allora multe pari a 1,5 dinari giordani (1,6 euro) per ogni giorno trascorso dopo la scadenza del visto. In Siria per anni gli iracheni sono potuti entrare senza limiti, ma da quest’anno è stato imposto un giro di vite: ogni tre mesi il visto deve essere rinnovato uscendo dal paese. Questo significa, per chi si è insediato a Damasco, fare un viaggio di andata e ritorno di 1.200 km (di costo pari a 24 dollari) solo per attraversare la frontiera, fare dietrofront e pagare 2 mila sterline siriane (40 dollari) per il nuovo visto trimestrale. Un aggravio burocratico evidentemente concepito per scoraggiare i profughi. In Libano gli iracheni entrano quasi solo clandestinamente, pagando cifre oscillanti fra i 150 e i 300 dollari a persona ai “passatori”. A Dohuk, nel Kurdistan iracheno, esiste un’organizzazione che offre i suoi servizi a chi vuole raggiungere il Libano.
La seconda amarezza dei profughi è relativa al lavoro: nessuno dei paesi ospitanti concede permessi lavorativi. Esauriti i risparmi o la disponibilità dei parenti che inviano denaro dall’estero, i rifugiati entrano nel mondo del lavoro nero: medici si ritrovano a fare gli elettricisti, poliziotti e militari a gestire portinerie dove l’angusto alloggio del portinaio è trasformato in “casa” per 5-6 persone che dormono su materassi stesi sul pavimento dell’unica stanza. Ma più spesso a diventare fonte di sostegno della famiglia sono bambini e ragazzi, pagati l’equivalente di 8-10 dollari al giorno come camerieri, operai, aiutanti di bottega. A quel punto i ragazzi interrompono gli studi. A Beirut il vescovado caldeo ha organizzato un corso serale per permettere loro di recuperare la scolarità persa. Eroicamente i ragazzi frequentano.

E la comunità internazionale latita
La terza amarezza dei profughi è il senso di abbandono della comunità internazionale: le loro richieste di visti per il reinsediamento all’estero cadono quasi tutte nel vuoto, gli appelli delle Chiese locali a iniziative internazionali in loro difesa pure. «Quest’anno gli Stati Uniti accoglieranno 500 profughi iracheni del Libano, la Svezia 16», dichiara Laure Chedrawi, addetto stampa dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati a Beirut. «Non si può dire che gli Stati facciano le spinte per accogliere i profughi». «I paesi occidentali non si rendono conto di quale impoverimento delle società del Medio Oriente produrrà l’esodo dei cristiani», commenta amaro Elias Tabé, arcivescovo siro cattolico di Damasco. «Oggi più che mai le associazioni caritative devono concentrare gli aiuti su di loro non per discriminazione verso gli altri profughi, ma perché è nell’interesse di tutto il mondo che nei nostri paesi permanga una presenza cristiana».