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Britannica sussidiarietà

febbraio 16, 2000 Scroppo Erica

Quanto costa allo stato italiano (cioé ai contribuenti) lo spreco di code e carte burocratiche negli uffici pubblici? Quante volte dobbiamo rifare lo stesso certificato di residenza o di nascita per presentare una domanda di lavoro o per acquistare un’automobile? Prima di una serie di scene di vita quotidiana in un paese libero, non statalista, civile, garantista. L’Inghilterra, of course

Nel settembre del 1978 durante un breve soggiorno a Venezia incontrai un giovanotto inglese; a Natale decidemmo di sposarci. Io non cercavo una fuga dalla mia patria, come spesso avviene a chi sposa uno straniero; ero insegnante e giornalista, amavo la mia vita e il mio lavoro ed ero piena di amici. Avendo però trovato l’anima gemella nel senso più letterale della parola, andavo di buon grado dove il destino mi portava.

All’anagrafe come a casa tua Nell’aprile del 1979 ero in Inghilterra a visitare il mio futuro marito, i miei futuri suoceri, cognati, amici sparsi in varie parti tra Londra, Bristol, Bath, il Somerset, il Suffolk. Un tardo pomeriggio, dopo un giro per le rovine del castello che sorgeva sull’antico castrum romano, la mia guida mi condusse in un grazioso piccolo edificio lì accanto, in mezzo ad aiole e alberi fioriti. Era il Register Office per la zona Sud della Provincia. Gia 21 anni fa c’erano pochissimi impiegati, il posto aveva un’atmosfera familiare, quasi casalinga con piante, libri, riviste e giocattoli per bambini nella sala d’aspetto. Parlammo con un gentile signore e feci una firma sul pezzetto di carta che mi presentò. Volendo potevamo sposarci due settimane dopo. Con una soprattassa invece avremmo anche potuto farlo il giorno dopo. Scegliemmo una data in maggio e fu tutto. In un minuto ero diventata residente a Cambridge e io, straniera, semplicemente avendo mostrato il mio passaporto, avevo potuto sposarmi. Celebrate le nozze, senza produrre nessun documento dichiarai a un uffcio statale di essere coniugata con un suddito britannico: con un gran sorriso l’impiegata (non ci sono poliziotti armati e intimidatori al controllo ma al momento buono la decisione e fermezza valgono più di divise e mitra) mi fece gli auguri e aggiunse un bollo al passaporto che mi concedeva il diritto di residenza senza limiti di tempo (mentre ancor oggi mio marito inglese, se vuole stare in Italia per più di una vacanza, deve ottenere permessi alla Questura di Torino e subire controlli in teoria aboliti da anni e destinati a cittadini extraeuropei).

La cultura del non sospetto In Inghilterra le pubbliche autorità cercano di disturbare il meno possibile il cittadino. E questo perché partono dal presupposto che la maggior parte della gente sia onesta e che una persona non debba essere sempre lì, pronta a dimostrarlo. Soprattutto non considerano colpevole nessuno (anche nelle cronache dei giornali, radio e Tv) fino a quando un tribunale non l’abbia giudicato tale. La libertà del cittadino è sacra. Per i nomi dei neonati non ci sono vincoli, la Gran Bretagna pullula di persone con nomi di frutta (Cherry), di mesi (April, May, June), di città (Florence, Venetia), di Paesi (India) e anche i cognomi possono essere liberamente assegnati e cambiati. Pagando il giusto, si intende. C’è tempo 42 giorni per denunciare la nascita di un bimbo. L’operazione in genere si fa via posta. Lo stesso per le denunce di morte. I certificati anagrafici (di nascita, matrimonio, cittadinanza ecc…) vengono rilasciati una volta per tutte, non hanno scadenza, valgono a vita (ovviamente eccetto in caso di smarrimento o di furto). Mio marito possiede ancora il suo primo e unico certificato di nascita sbiadito e spiegazzato, scritto a mano con cannuccia e pennino. Quando necessario lo si mostra o se ne fa una fotocopia e si spedisce. Non esiste il “certificato di residenza”, nel senso che la residenza viene concessa immediatamente a chi la chiede, la sua certificazione non è richiesta e non c’è obbligo di segnalare i propri spostamenti. Si notifica il cambiamento di indirizzo solo se si vuole votare. I certificati elettorali sono aggiornati annualmente con moduli inviati in ogni abitazione, non alle persone, ma all’edificio di fatto. Chi non risponde registrandosi come abitante della casa e perciò della città o paese, decade dai registri e non può votare. Ma può sempre recuperare andando in Municipio o rispondendo la volta successiva.

Cinema matrimonio Rispetto a vent’anni fa, oggi in Inghilterra è possibile sposarsi in molti altri posti oltre i sette Register Office della Contea. Nel mio Register Office una serie di volantini stampati in varie lingue, specie del sub continente indiano, illustra tutte le possibilità e le regole di un matrimonio in rito strettamente civile. Un prospetto a colori con pubblicità illustra tutte le possibilità per uno sposalizio memorabile, che può essere svolto in qualsiasi stile, dal medievale al vittoriano, con i due classici testimoni o con 25 damigelle. Si va da una celebrazione nel castello a quella in un college universitario, dal pub caratteristico al granaio convertito in albergo di lusso, dal club esclusivo al museo. Altrimenti si sceglie in una delle tante chiese (solo a Cambridge ci sono 22 denominazioni cristiane, moschee, sinagoghe e templi di svariate religioni). “Flessibilità al servizio del cliente” è la parola d’ordine in quest’era postmoderna in cui il consumatore è al potere. Un esempio? A Londra, la settimana scorsa, una coppia si è sposata in un cinematografo con “Cinema Paradiso” proiettato come sfondo. Unica richiesta della legge è che ci siano pareti e che il luogo sia permanente. Quindi niente tende, tendoni e, specifica il volantino del Register, mongolfiere.

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