Vietato l’accesso al Duomo di Milano con simboli politici (tipo il foulard delle Sentinelle)

La manifestazione dell'11 luglio delle Sentinelle in piedi a Milano contro il ddl Zan sull'omofobia

Ho aspettato qualche giorno a scrivere per non essere sospettato di strumentalizzazione politica o di vittimismo, ma questa è una piccola storia che merita di essere fatta conoscere. Sabato sera 11 luglio all’ingresso del Duomo di Milano è successo qualcosa che non dovrebbe mai succedere. In un paese come l’Italia, non dovrebbe succedere.

Era da poco finita la veglia contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto contro l’omofobia e la transfobia organizzata dalle Sentinelle in piedi nella vicina piazzetta San Carlo, a metà del corso Vittorio Emanuele che unisce piazza Duomo e piazza San Babila: un evento a cui hanno partecipato circa 600 persone con la consueta modalità della lettura silenziosa per un’ora, coi partecipanti disposti a un metro e mezzo di distanza gli uni dagli altri. È sempre stato così, non dipende dal Covid.

All’iniziativa ho partecipato anch’io, come dimostrano alcuni miei post su Facebook. Diversamente da altre volte, non è stato possibile scambiare qualche idea col gruppetto di contestatori presenti, particolarmente nervosi; mentre è stata l’occasione per conoscere di persona lettori e amici di Facebook che fino a quel momento erano per me solo entità virtuali.

Finita la manifestazione, quattro persone che vi avevano preso parte – un sacerdote ultraottantenne e tre signori fra i 40 e i 50 anni – decidono di recarsi in Duomo per un momento di preghiera. Non sono riconoscibili come partecipanti ad una manifestazione di natura politica da poco conclusa, perché non ostentano nessun simbolo che rimandi a un’organizzazione, a un partito o a una causa. Il loro abbigliamento è assolutamente generico.

All’ingresso i controlli di sicurezza da un anno a questa parte non vengono più effettuati dalle forze dell’ordine o da personale delle forze armate, ma da guardie private della società Axitea. Controllano borse e zainetti prima di lasciar passare i visitatori, i secondi più accuratamente delle prime. Tre dei quattro componenti del gruppetto superano senza problemi il controllo, ma il quarto, un 44enne che ha con sé uno zainetto, viene fermato. Su di lui il controllo viene eseguito con molta pignoleria, e dallo zainetto salta fuori, ripiegato in quattro parti e riposto in fondo al sacco, un foulard rosso con la scritta: #noallaleggebavaglio. È il fazzoletto che è stato distribuito alla veglia delle Sentinelle, e che molti hanno utilizzato come sostituto della mascherina anti-Covid.

La guardia che lo ha scovato non ha dubbi: «Con questo lei non entra». Il signore è colto di sorpresa, non sa cosa replicare, chiede il perché del divieto, ma gli addetti si stanno già occupando del resto della fila e non danno spiegazioni. Dopo un po’ dall’interno della chiesa sbuca fuori il sacerdote per capire come mai l’ultimo dei quattro amici non sia ancora entrato, non capisce subito la situazione e si avvicina al compagno chiedendo cosa stia succedendo. Il sacerdote ha la cerniera del borsello leggermente aperta, dentro balugina il rosso del foulard; la guardia se ne accorge e rimedia a quello che nella sua testa è un errore del controllo precedente: «Con quello dentro al borsello lei non può più rientrare; lui non entra e lei non rientra». I due chiedono lumi a un usciere del Duomo, che si limita a dire: «Eh, sono molto rigidi. Il motivo del divieto di ingresso è che potreste utilizzare i foulard durante la visita o agitarli in aria al momento dell’uscita».

Rassegnati, i quattro amici rinunciano alla visita e al momento di preghiera – anche gli altri due che erano passati indenni ai controlli sono usciti – e fanno mestamente ritorno a casa.

Queste cose non devono succedere. Non è accettabile che chi svolge i controlli di sicurezza all’ingresso del Duomo vìoli in questo modo la libertà di culto e la libertà di coscienza dei visitatori. Un foulard ripiegato in fondo a uno zainetto o a un borsello non potrà mai essere motivo sufficiente per proibire l’ingresso a una persona in un luogo di culto. Le guardie private a cui il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha affidato la custodia degli ingressi del Duomo di Milano non hanno nessun diritto di fare il processo alle intenzioni dei visitatori.

Se si prende per buona la legge del sospetto che le guardie private ci vogliono imporre, domani non potrà entrare in Duomo chiunque abbia in tasca o nel portafoglio una tessera di partito, di un sindacato o di un’associazione impegnata su temi dei diritti. Come si può escludere che chi entra in Duomo non voglia poi inneggiare alla Lega, al Partito democratico, ad Amnesty International o all’Arcigay agitando in aria la tessera d’iscrizione?

Nelle adiacenze di piazza Duomo si svolgono spesso manifestazioni politiche, sindacali o per i diritti civili. Non è accettabile che chi prende parte a queste iniziative, di qualsiasi orientamento esse siano, non possa nella stessa occasione entrare in chiesa perché in tasca o nella borsa detiene oggetti riconducibili alle manifestazioni a cui ha partecipato. Non parliamo di magliette o di capi di abbigliamento ostentati, parliamo di oggetti celati alla vista di chiunque.

Libertà di culto e libertà di espressione delle proprie idee sono perfettamente compatibili, non devono entrare in conflitto nel cuore della città di Milano, rendendo impraticabile l’una a chi ha appena esercitato l’altra. Coloro che partecipano a manifestazioni di impegno civile non sono individui a priori sospetti, sono cittadini che esercitano i loro diritti politici. Trattarli come soggetti pericolosi per l’ordine pubblico, sospettarli senza motivi e senza prove di comportamenti incompatibili con la sacralità di un luogo di culto è un’offesa alla loro dignità personale.

Mi indirizzo alle autorità competenti perché sia messa fine a questa pratica, che non può diventare una consuetudine e non può diventare accettabile.