Vedere papa Francesco in tv mentre i figli fanno wrestling. E essere «scandalosamente lieta»

«Fumata bianca!», dice l’sms del marito di ritorno dal lavoro. Corro in cucina a prendere i piatti già apparecchiati e a metterli sul tavolo della sala, ben di fronte alla tv. «Bambini!» – già nuotati in piscina, docciati, impigiamati, pronti per essere accuratamente inseriti nei loro lettini, la cena è in forno, papà sta per varcare la soglia domestica, ovvero: la serata era già partita bene – «Stanno per eleggere il nuovo Papa!», raggiante come Mosè sceso dal Sinai. Quelli in segno di rispetto smettono di menarsi per tre secondi, per altrettanto tempo si allarga loro un sorriso sincero sulla bocca, di spontanea e lieta partecipazione alla gioia materna, poi tutto svanisce in un repentino adombramento dell’espressione quando capiscono che questo significa che si passa dai cartoni di Rai Yoyo a un canale in cui c’è inquadrato un caminetto.

Si trascinano controvoglia giù dal divano, vanno a giocare a Era Glaciale in corridoio. Ogni tanto s’affacciano: «Allora?» «Ancora niente».

Poi, tutto in fretta: il marito arriva, si cena con lo sguardo fisso allo schermo, infatti non vedo quel che faccio e rovescio il mio bicchiere e bagno la primogenita. Loro cominciano a stufarsi dei genitori automi. Il secondogenito fa i suoi versi, il terzogenito sgretola la frittata e la usa come maschera esfoliante del viso, la primogenita non dà tregua con le sue domande, un sottofondo acustico di cui non distinguo né i singoli suoni né le vere e proprie richieste ma che percepisco nettamente solo come fastidio.

Inizio ad agitarmi, vorrei tutto perfetto ma non lo è: l’unico vero complotto, tra i tanti paventati in questi giorni, in queste ore, è quello per cui non mi si vuol lasciar ascoltare in pace un nome.

Si scostano le tende, si apre la portafinestra. Il pontefice fa dire il Padre Nostro, lo dico in piedi ad alta voce, come per dare il là anche ai bimbi, ma l’unico spettacolo che colgo con la coda dell’occhio è il secondogenito, svaccato sul divano, che stritola con le gambe, tipo mossa del boa constrictor, il terzogenito che passava di lì per caso. Parte uno scappellotto. «… sia santificato il tuo nome…». La primogenita chiede insistentemente qualcosa – non saprei dire con esattezza cosa. «Smettila! Non ora! Sei capace di stare zitta?!… sia fatta la tua volontà…». Il terzogenito vuol stare in braccio. «Giù! Stai giù!… Dacci oggi il nostro pane quotidiano…». Il secondogenito strappa di mano qualcosa al terzogenito facendolo piangere a un volume altissimo. Non sento più niente, solo la tempia che mi pulsa. “Totò” sulla mano al grande, scansamento del piccolo tipo “vai più in là a far casino, grazie”. Quello urla più forte. «… sia fatta la tua volontà…». Interviene il marito a sedare gli animi, si coccola i maschi litigiosi, chiede qualcosa alla femmina (così forse lei smetterà di far domande). «… ma liberaci dal Male. Amen».

I figli son sempre lì che rompono, i calzini sono sempre stesi sul calorifero ad asciugare, la cucina è ancora da fare, io non ho ancora cominciato la dieta; di gente a cui non gliene frega niente di ciò che è successo stasera, anche tra amici, ce n’è a bizzeffe; di gente che «meno male che non è quello di Cl», anche tra amici, pieno il mondo; di gente cui continuerò cordialmente a stare sui cabasisi, per dirla alla Montalbano, in quanto cristiana, un’infinità; di gente che vedi prima ma «non glielo faccio capire, poverina» c’è una lunga fila che parte dal passato, prosegue – solida più che mai – nel presente e, lo vedo, continua (con molta probabilità aumentando) nel futuro. Evapora l’emozione del bello appena accaduto tanto quanto la fumata bianca nel cielo piovigginoso di Roma stasera. Mi pare evidente, dalla contingenza del reale (tutto il reale: dal calzino al mondo) che schiaccia il mio entusiasmo, che la speranza di una gioia vera quaggiù non va riposta nel «speriamo che le cose cambino», quanto nel  «speriamo che lì dove io sia, col figlio che rompe e l’odio di molti per i cristiani, quindi anche per me, possa essere scandalosamente lieta».

Io però non son cambiata per niente: lo scappellotto l’ho dato, sono stata una madre distratta e nervosa; mi son risentita quando ho letto i peggio commenti su Facebook, la cucina non la faccio sorridendo come Cenerentola ma scazzata come la sorella antipatica di Crudelia De Mon. Sarà dura, molto dura.

Ma che parola intelligente hai detto subito Francesco: cammino.

Non è cambiato niente. Ma qualcosa è successo.

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