Utero in affitto. «Che amore è?»

Oggi sul Corriere della Sera c’è un lungo intervento della scrittrice Susanna Tamaro sull’utero in affitto (che la Tamaro dice di chiamare così, non come fa il titolista del quotidiano: “Io, figlia di madre difficile, non vorrei essere nata dalla gestazione per altri”). L’articolo è lungo e interessante e, come sanno i lettori di Tempi, queste sono tematiche su cui la scrittrice è ritornata diverse volte in questi anni, come lei stessa ci raccontò in un’intervista. Ne riportiamo due passaggi.

«Se penso alla mia famiglia, la parola «amore» è forse la trentesima che mi viene in mente e la maggior parte delle parole che la precedono non hanno certo una connotazione di positività, eppure io sono quella che sono perché ho avuto quei genitori. Genitori a loro volta generati da altri genitori. Il fondamento della vita umana dunque è la genealogia, non l’amore. Si può nascere anche da uno stupro, si può crescere in un lager. Ciò che fa di un essere umano una persona è prima di ogni altra cosa la storia di chi ci ha preceduto. In nome di che cosa mi chiedo allora, una persona, per esercitare il suo diritto alla felicità, può coscientemente privare un altro essere della sua genealogia? In nome dell’amore? Ma un amore che priva programmaticamente, per principio, qualcun altro di un ben più fondante diritto, che amore è?

(…)

«Faccio outing: non vorrei mai essere nata da una Gpa. Nonostante mia madre non sia stata un esempio di amore materno, dalla sua morte in poi c’è un grande vuoto nella mia vita.
Per difendersi da questa aberrante visione del mondo, si dovrebbe prima di tutto cominciare a smantellare il grande ombrello dell’Amore Incondizionato, riportando questo importantissimo sentimento a due categorie fondamentali — l’amore generativo e l’amore oblativo — per ricordarsi che non poter generare non vuol dire non potere amare, anzi l’amore oblativo è spesso più grande e più libero di quello generativo».

Foto Ansa

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