Una scarpa non fa fascismo, al massimo fa un Maramaldo

I fogli dell’intervento del commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici teatralmente calpestati con una scarpa made in Italy dall’eurodeputato leghista Angelo Ciocca al termine della conferenza stampa con la quale la Commissione ha fatto conoscere la sua bocciatura della manovra economica del governo italiano fanno venire in mente gli altri casi storicamente recenti nei quali le scarpe hanno svolto un ruolo altamente simbolico in contesti politici. Nikita Kruschev, segretario del partito comunista e capo di governo dell’Unione Sovietica, martellò con una delle sue scarpe i banchi dell’Assemblea delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro a New York nel 1960 per protestare contro l’intervento del rappresentante delle Filippine, che aveva dichiarato che l’Unione Sovietica non aveva diritto di far votare una mozione di condanna del colonialismo europeo e dell’imperialismo americano, perché praticava la stessa politica nell’Europa dell’Est.
Nel 2008 il giornalista iracheno Muntadhar al-Zaidi lanciò uno dopo l’altro i suoi due mocassini contro il presidente americano George W. Bush durante una conferenza stampa a Baghdad, senza riuscire a colpire il suo bersaglio per la prontezza di riflessi di quest’ultimo. Intendeva vendicare simbolicamente le vittime dell’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003.

Nonostante la somiglianza esteriore dei fatti, i tre distinti eventi producono impressioni molto diverse. L’exploit del deputato Ciocca comunica un senso di ridicolo e grottesco, quando invece i gesti di Kruschev e di al-Zahidi fecero paura, suscitarono allarme ed evocarono cupi presagi. Moscovici ha commentato mescolando i due registri, scrivendo che «all’inizio si sorride e si banalizza perché la cosa è ridicola, poi uno si abitua a una sorda violenza simbolica, e un giorno ci si sveglia col fascismo. Restiamo vigilanti!». Non è questo il tono dei commentatori italiani del tweet sull’argomento diffuso dal deputato leghista, che nella stragrande maggioranza non gli hanno dato della camicia nera o dell’eversore della democrazia, ma si sono limitati ad affibbiargli l’etichetta di imbecille. Cosa che non avrebbero certamente fatto nel caso di Kruschev o di al-Zahidi, perché a parità di scarpe la differenza sta proprio qui: nel soggetto che maneggia la calzatura per fini politici.

Tutti e tre gli attori incarnano la figura del rivoluzionario che vuole rovesciare l’establishment, di chi non ha paura di apparire simbolicamente violento perché è certo di avere il vento della storia che soffia impetuoso alle proprie spalle. Ma Kruschev e al-Zahidi erano attori tragici, Ciocca è attore di commedia. Perché Kruschev è uno che ha fatto la guerra civile russa e la Seconda Guerra mondiale, assedio di Stalingrado compreso, da commissario politico dell’Armata Rossa, ed è stato uno dei rarissimi segretari di partito distrettuali fuori di Mosca a sopravvivere alle purghe staliniane (furono 10 su 146); Munthadar al-Zaidi evoca la spietata repressione anti-sciita di Saddam Hussein che incarcerò pure molti suoi familiari e la sanguinosa insurrezione dell’Esercito del Mahdi contro il corpo di spedizione americano in Iraq. Invece il buon Ciocca può vantare solo il modesto e pacifico cursus honorum di un assessore comunale di un municipio di 3.800 abitanti nella provincia di Pavia che poi è stato consigliere regionale in Lombardia per due legislature ed è diventato europarlamentare perché, classificato primo dei non eletti alle Europee del 2014, nel 2016 ha preso il posto di un deputato deceduto.

Fascismo, nazismo e bolscevismo sono stati concepiti nel fango e nel sangue delle trincee della Prima Guerra mondiale: lì i cuori si sono induriti e le menti sono diventate spietate, e tutti i bei sentimenti umani si sono spenti lasciandone in vita uno solo, politicamente determinante: il sentimento della fraternità in armi, che lega per sempre chi ha fatto l’esperienza di affidare la propria vita ai compagni di battaglia e contemporaneamente di rischiarla per loro. L’attuale generazione di politici sovranisti o cosiddetti populisti è strutturalmente inabile a produrre fascismo o altre forme di totalitarismo perché è priva di quelle esperienze biografiche che sono decisive nell’alimentare la forma mentis che arriva alla giustificazione dell’uso della violenza e del lager contro gli avversari politici, e che la storia ci insegna che è stata condivisa da grandi masse grazie a forme di contagio psichico molto primitive ma molto efficaci. Per questo motivo i ricorrenti allarmi contro il ritorno del fascismo suonano strumentali, pure speculazioni politiche finalizzate alla conservazione di rendite di posizione, sia quando arrivano da Strasburgo sotto forma di allegati alla bocciatura della manovra di bilancio del governo italiano, sia quando prendono la forma della proposta di una Commissione parlamentare sui fenomeni del razzismo che, nelle parole della senatrice a vita Liliana Segre, dovrebbe contrastare la «fascistizzazione del senso comune». Chi oggi fa questi discorsi e propone questa chiave di interpretazione degli avvenimenti correnti non sta difendendo la democrazia dal fascismo o da forme di populismo violento, ma sta difendendo gli interessi della élite dalla nemesi della storia che le presenta il conto.

La tracotanza caratteristica degli esponenti dei partiti cosiddetti sovranisti e populisti non è sintomo di tendenze fasciste, ma della loro assoluta convinzione che il sistema sia prossimo al collasso. In buona sostanza, maramaldeggiano; uccidono l’uomo che è già morto. Ma le loro vittime fraintendono: convinte di essere ancora vive, convinte che davvero il multilateralismo potrebbe risolvere i problemi e che i grandi paesi europei come Germania e Francia – che hanno sempre usato la retorica dell’Europa integrata per promuovere i loro interessi nazionali – e come i pirati fiscali che di nome fanno Olanda, Irlanda e Lussemburgo – i quali predicano la virtù agli altri mentre loro sprofondano nel vizio – vogliano davvero approdare all’unione politica, finanziaria e bancaria, vedono il fascismo là dove non c’è. La dove piuttosto c’è il rancore delle maggioritarie classi strutturalmente escluse dalla ricchezza e la sfacciataggine dei politici che si sono incaricati di rappresentarle e che vedono la propria ascesa al potere come inevitabile.

A fare saltare il sistema Europa non sarà la malconcepita manovra del governo Conte, che è solo un granello di sabbia di una tempesta che sta per arrivare. La prossima crisi finanziaria globale – che può arrivare per fallimenti di banche cinesi o di altri grandi paesi asiatici esposte con imprese locali sovraindebitate, per rialzi dei tassi di interesse negli Usa insopportabili per i paesi europei più indebitati, per la fine dell’effetto espansivo dei tagli fiscali di Trump, per un rallentamento dell’economia cinese a causa della guerra dei dazi, e per altri motivi ancora – troverà un sistema ancora esausto per lo sforzo sostenuto per limitare la crisi del 2008. Le tradizionali armi anticrisi sono spuntate: i tassi di interesse sono già prossimi allo zero o addirittura negativi, l’indebitamento mondiale generale (pubblico e privato sommati) è salito dal 179 del 2008 al 225 per cento del Pil, pari a 164 mila miliardi di dollari. La prossima crisi finanziaria globale rischia davvero di produrre effetti da Grande Depressione. Ma senza più la possibilità di reagire con politiche keynesiane come si è fatto nel 2008. E allora gli sforamenti del deficit italiano avranno lo stesso peso di una puntura di vespa su un uomo assalito da uno sciame di api.

Foto Ansa

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