Una notte epica in sala parto

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Oggi sono 25 anni. 25 anni da quella sera di settembre ancora tiepida, in cui scattarono, puntuali, le prime doglie. Noi due giovani, e così ignari di tutto. Mi avevano detto di scrivere l’intervallo di tempo fra le contrazioni, per capire quando era l’ora di andare in ospedale. Giudiziosamente come una scolara mi misi a scrivere su un foglio di quaderno: 23.10 – 23.20 – 23.29 – 23.38… Poi gli intervalli sempre più brevi, e la mia calligrafia più tremante.

Vai a prendere l’auto, andiamo. Milano semideserta in una notte feriale. 25 anni, ma ricordo la faccia del portiere distratto che ci indicò un corridoio, e ci fece passare. Quella luce giallognola, da ospedale. Mi misero al braccio un braccialetto con un numero. Le doglie si avvicinavano, come i tuoni quando si approssima un temporale.

Strano, ma non avevo paura. Mi sentivo come un soldato chiamato a una battaglia: un fante semplicemente, certo però della vittoria finale. Sarò capace, bambino, di metterti al mondo. Piuttosto pensavo con ansia al suo travaglio, a quel suo sentirsi sospinto fuori bruscamente dal grembo tenero e buio. Non aver paura, bambino, gli dicevo, noi siamo qui che ti aspettiamo.

Ricordo una notte dolorosa e epica, e le lancette di un orologio che sembravano ferme. Quanto buia quella notte, e quanto lunga. Poi una voce ordinò: in sala parto! E la barella sospinta in fretta. Doglie violente mi strappavano il bambino, incalzanti. Bruschi ordini di ostetriche, luce violenta addosso. La faccia di mio marito, giovane, pallidissimo. Spinga adesso signora, spinga. Credere di non poter sopportare il dolore. Il tempo ora come impazzito: era notte, era l’alba? Schiariva appena il cielo, quando, improvviso, quel pianto vivo, rabbioso.

Me l’hanno messo sul petto, perché lo vedessi. Capelli rossi, gli occhi spalancati e sbalorditi. Ciao, gli dissi solo. Ammutolita, perché quegli occhi mi ricordavano quelli di mio padre, l’ultimo giorno che mi aveva salutato.

Se lo ripresero, e mi rimandarono in reparto. Io, impaziente di rivederlo, non riuscivo a star ferma. Stia sdraiata e riposi, mi intimarono. Di nascosto, come una bambina impaziente, scesi le scale.

Spettinata, sfiancata da quella notte infinita, io col viso attaccato al vetro della nursery. Lui nella culla già dormiva. Quel rosso nei capelli, sorrisi, non me lo aspettavo. Ma era il rosso del bisnonno Ferdinando, anarchico, che ritornava.

Bambino, io non sarei mai stata capace di farti, gli dicevo. Nemmeno un’unghia di quelle tue minuscole mani, avrei saputo fare. Sbalordita ti contemplavo: come è possibile che tu venga semplicemente da me, da noi due?

Poi ti misero fra le mie braccia. Non sapevo tenerti. Ma tu ti quietavi contro il mio petto, ritrovando il battito del mio cuore. Non sapevo fare niente, e ora ero un po’ spaventata. Cosa farò, cosa ti dirò? Ti stringevo soltanto a me, e aspettavo. Eri tu, che eri venuto a insegnarmi.

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