Una foglia raggrinzita nell’autunno milanese

Milano, fine di settembre. Stanotte mi sono svegliata. Le quattro, dicevano le cifre luminose del cellulare. Gli occhi spalancati nel buio, mi sono chiesta cosa mi avesse strappato dal sonno. La porta del balcone era aperta – ieri faceva ancora caldo, sembrava ancora estate. Dal cortile veniva un fitto scrosciare di pioggia, ma non forte come di un temporale; pioggia sottile invece, e insistente. Pioggia di autunno. Uno dei gatti di casa se ne stava seduto sulla soglia del balcone, immobile, in contemplazione dell’oscurità acquosa e fredda. Era la notte del cambio della guardia. Quel velo di pioggia su Milano sembrava il calare di un sipario: se ne è andata, anche questa estate.

Ho chiuso la porta del balcone, sono andata a prendere un’altra coperta. Subito il gatto si è rannicchiato fra le sue pieghe. Dalle finestre della casa lasciate aperte l’aria si allargava come un fiato nelle stanze; umido, insinuante. Senza accendere la luce sono andata a sistemare le coperte ai figli addormentati, come quando erano piccoli.

Al mattino, un cielo basso e incolore. Piove ancora, ma è pioggia rada, lacrimevole. Le foglie degli alberi della mia via da un giorno all’altro si sono fatte di un verde spento; come se il sangue della linfa, questa notte, si fosse, nelle vene dentro ai rami, fermato.

Ho fatto il cambio di stagione negli armadi. Ho messo via i colori chiari, e quelli accesi dei vestiti da mare. Dai sandali sono cadute le ultime tracce di sabbia. Lo smeraldo del mare sardo, il profumo di resina dei boschi di montagna nelle giornate di sole allo zenit, mi sono passati dentro, ombre in fuga di un mondo già lontano. Sul parabrezza dell’auto ho trovato una piccola foglia secca e raggrinzita; infilata proprio tra il vetro e il tergicristallo, come un messaggio, come un promemoria.

A me piace, questo affondare della terra, in ottobre, quasi dentro un’altra volta di cielo, in cui i raggi cadono obliqui, sbiaditi. Mi lascio andare volentieri dentro la cortina di nebbia e freddo che ci viene incontro: ormai so che occorre morire, per nascere ancora. Ma mi viene addosso, senza una ragione, un torpore, come se anche il mio corpo chiedesse di potersi addormentare. Vedo, la sera, l’incalzare rapido del buio che accorcia inesorabile le giornate. Sembra che tutto, attorno, voglia indurre a un grande sonno.

Bello sarebbe in giorni come questi potersi addormentare davanti a un camino acceso, mentre dai ceppi umidi schioccano scintille che fuggono in su, nel buio della cappa. Un fuoco che scotti le guance e fiammeggi, vivo; cuore ardente di luce che batte, nella pace del letargo. Fiaccola, testimone, che promette: tornerà alto, torrido, trionfante, a giugno, il sole. (Non è morte davvero, quando si è certi di rinascere).

40/2012

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