«Un uomo che non piange, non potrà mai fare grandi cose». Dieci anni fa moriva Gianni Agnelli

Un giorno disse: «Un uomo che non piange, non potrà mai fare grandi cose». E lui, di cose grandi, ne ha fatte. Certo, si potrà discutere se siano state giuste, morali e filantropiche, ma di sicuro sono state grandi.

Di uno così, semmai, si potrebbe credere che non abbia pianto. Molti lo credono dei ricchi. Lui, poi, non era un ricco tra i tanti, ma il Ricco d’Italia. Il simbolo, per molti, della fortuna nella vita. Certo che sì. A 14 anni, mentre sei tranquillo a goderti una beata e ricca adolescenza, ti annunciano che tuo padre è morto in un incidente aereo. Dieci anni dopo accade lo stesso a tua madre, che muore in un altro incidente quando di anni ne hai 24. Quando poi ne hai quasi ottanta, e credi di aver già provato ogni dolore, vengono a dirti che tuo figlio di 46 anni (figlio eh?!) ha deciso di buttarsi giù da un viadotto autostradale. Con tutti quei soldi e quel potere.

Certo che ha pianto anche lui. In mezzo a tutto questo, anni di amore per ciò che era suo, con una capacità di passione fuori dal comune. E anche, pare, una straordinaria vena estetica, un genio nel selezionare le cose, coccolarle, amarle. Come le sue auto, o i suoi campioncini Platini e Del Piero. Suoi, nel bene e nel male, perché sia ama veramente solo nel bene e nel male.

Un giorno disse anche: «La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore». Le parole delusione e frustrazione non erano solo parole. Erano anche vita. Tutta quella frase, oltre che della sua Juve, parlava della sua vita. Tra tante contraddizioni, comunque un eroe. Eroe della grandezza e del dolore. Il 24 gennaio di dieci anni fa, Gianni Agnelli lasciava la sua e nostra Italia.

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