Un taxi (per il potere) chiamato Pd

Enrico Letta nella sede del Pd a Roma
Enrico Letta dopo la sconfitta alle elezioni ha annunciato che non si ricandiderà alla segreteria del Pd, 26 settembre 2022

Sul sito di Tgcom si scrive: «Dopo i risultati elettorali (Lega sotto il 9 per cento) Matteo Salvini ammette che “il nostro non è un risultato che mi soddisfa”, fa le congratulazioni a Giorgia Meloni (“è stata brava”), ma annuncia: “Adesso tiriamo dritto con le cose da fare e con Giorgia lavoreremo insieme a lungo. Complimenti anche a Forza Italia: ogni voto è servito a dare una maggioranza assoluta al centrodestra”. Chiarisce poi che “mi sembra sia stata premiata l’opposizione” e spiega: “Lavorare con Draghi non è stato semplice ma lo rifarei. Adesso l’Italia ha cinque anni di stabilità davanti”».

Se si leggono queste parole di Matteo Salvini si coglie il segno di un politico non privo di una certa intelligenza, ma incapace di cogliere l’elemento decisivo. Non ne è stato capace nel 2018 quando, invece di fare un vero accordo con i 5 stelle, fece la furbata di aprire la strada a quel piccolo avventuriero di Giuseppe Conte; non nel 2019 quando chiese la crisi di governo ma non si dimise da ministro degli Interni per lucrare su qualche settimana di propaganda; non nel 2020 quando partecipò al governo Draghi (un po’ tirato per i capelli), ma non fissò una data di scadenza dell’esecutivo stesso; non nel 2021 quando non appoggiò la candidatura di Mario Draghi al Quirinale, facendo una serie di pasticci uno dopo l’altro. E nemmeno nel 2022 quando scivolò verso il voto anticipato senza gestire un realistico rapporto con le proprie basi sociali. L’apertura, oggi, a un clima disteso nel centrodestra è giusta, ma richiede alcuni atti politici che la favoriscano. L’idea di dire la cosa giusta e di agire avendo come unico criterio di orientamento “io speriamo che me la cavo” questa volta sarà fatale.

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Su Startmag Benedetto Ippolito scrive: «Chissà, forse è giunta veramente l’ora dei conservatori: l’ora delle riforme, l’ora di un nuovo tempo e di una nuova storia italiana, di una influenza culturale autenticamente altra da quanto abbiamo visto finora, una diversa possibilità di avvenire per tutti noi. Di certo vi è, in questo delicato passaggio, che questa linea futura è nelle mani oggi solo di Giorgia Meloni e della sua capacità di non tradire la fiducia che il popolo e la nazione le hanno dato probabilmente in modo inconsapevole, ma anche con una chiara preveggenza altrettanto cosciente e volontaria».

Ippolito sottolinea come la storia nazionale sia a una svolta, quella di una formazione organicamente conservatrice che vuole governare l’Italia con il consenso popolare e non essenzialmente garantita “dall’alto”, come è avvenuto in tanti periodi della vita del paese. Questo tentativo è senza dubbio aiutato da una tendenza conservatrice-atlantista che cresce in Europa dalla Svezia alla Repubblica Ceca, e, con tutti i suoi limiti, in Polonia (per non parlare della Gran Bretagna), ma anche in Germania e in Spagna. Tutto ciò richiede però uno sforzo di elaborazione culturale che non può essere dato per scontato.

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Sulla Zuppa di Porro Carlo Toto scrive: «Intanto il segretario di Stato americano Antony Blinken scrive su Twitter: “Siamo ansiosi di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi condivisi: sostenere un’Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani e costruire un futuro economico sostenibile. L’Italia è un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso”».

I tanti gattini ciechi che commentano la politica italiana dovrebbero leggere con attenzione questa frase che testimonia come l’amministrazione Biden, pur con tutte le sue debolezze, si rende conto come il principale problema italiano sia l’influenza cinese (alla fine ben più decisiva dell’impalatabile imperialismo grande russo di Mosca), che trova in Giuseppe Conte, Beppe Grillo, Romano Prodi e Massimo D’Alema, per non parlare di rilevanti ambienti del mondo cattolico, i suoi alfieri. Un’atlantista di ferro come la Meloni, in questo senso, diventa una garanzia.

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Su Strisciarossa Pietro Spataro scrive: «Il problema del Pd è il Pd. Quel partito, nato dall’incontro di culture politiche diverse, non ha mai definito la propria identità e si è trasformato nel tempo in una sorta di taxi sul quale si può salire per andare ognuno dove desidera. Nella maggior parte dei casi la destinazione richiesta è stata il governo, il potere, Palazzo Chigi o un ministero: è stata questa la massima aspirazione, a prescindere spesso dai programmi e dagli alleati. Questa “torsione governista” è stata la rovina del Pd perché lo ha tenuto chiuso dentro le stanze che contano, sempre più distante dal popolo che dice di voler rappresentare e che non sa più chi è. Qual è, infatti, il blocco sociale del Pd? Chi sono i suoi referenti? Dov’è il suo insediamento? Tutte domande a cui è difficile rispondere, perché nemmeno al Nazareno lo sanno, o meglio ognuno lo sa a modo suo. Ma senza identità un partito non esiste. Non è niente, oppure è tutto e il contrario di tutto: si può essere il partito del Jobs Act e quello contro il precariato e contro le disuguaglianze, per fare un solo esempio. Insomma, a quattordici anni dalla sua nascita ancora non è chiaro se il Pd è un partito di sinistra, un partito centrista, una nuova Dc, un partito socialdemocratico, un partito liberale. L’idea di voler essere tutto questo insieme costituisce il male oscuro che lo sta corrodendo».

L’analisi di Spataro è intelligente ed interessante, va completata da un riferimento allo scenario internazionale entro il quale si è definita l’indefinitezza del Pd: su scala globale la corrente di pensiero che la “politica” sia ormai morta e che bisogna lasciar fare ad altre forze (le competenze, il mercato, la finanza, i social, la tecnologia) il loro mestiere, è stata particolarmente influente ed alla base della politica di personalità rilevanti come (in parte) Angela Merkel e sicuramente Emmanuel Macron. Mi pare che oggi questa corrente di pensiero così influente debba fare i conti con la realtà, e che il ritorno della politica sia decisivo: così è avvenuto nel formare la coalizione che ha eletto Joe Biden, così nell’asse Grünen-Spd, così nel conservatorismo neo atlantista che cresce in Europa. Questo quadro obbligherà il Pd a fare i conti con la propria identità. Naturalmente se non prevarrà il potere dei cacicchi locali, che per conservare qualche comune o regione vorranno allearsi con il populismo filocinese dei 5 stelle, impedendo così una qualunque assunzione di una vera identità politica liberal-socialdemocratica “occidentale”.

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