Un paese che so

So la pace del piccolo cimitero pieno di fiori che resta aperto anche quando scende
la notte; come se ci fosse, quassù, tra i vivi e i morti, una confidenza affettuosa. So dove si trovano i lamponi. Li curo con lo sguardo

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San Leonardo, val Badia, luglio. Alle sette e un quarto del mattino, le campane che chiamano a Messa. Alle sette e mezza, il furgone che porta i giornali. Alle otto, puntuali, i campanacci delle mucche che dalle stalle si incolonnano verso il pascolo; lente, maestose, ancheggiando i larghi fianchi bruni, come se del paese fossero le vere padrone.

Ho imparato a conoscere i suoni e i ritmi, e le angolazioni del sole, in questo crocchio di case sotto al Sasso della Croce. So quanti sono i chierichetti alla Messa della domenica, e quanto stretti i vecchi banchi, e che profumo ha il loro legno; accanto alla statua di san Giorgio che trafigge il drago, che i bambini guardano con un po’ di paura. So la pace del piccolo cimitero pieno di fiori che stringe la chiesa come in un abbraccio, e che resta aperto anche quando scende la notte; come se ci fosse, quassù, tra i vivi e i morti, una confidenza affettuosa; come in una casa, dove non si chiudono a chiave le porte. Conosco uno per uno gli orti, gli splendenti orti di montagna dove i piselli dolci si arrampicano aggraziati, e i cavolfiori si allargano rigonfi e misteriosi come se, davvero, lì dentro nascessero i bambini. Dove accanto alle centurie di lattuga chiara fioriscono, così belli, gli iris, nel cui profondo blu mi piace perdermi. L’orto più bello è quello della canonica; benché quello delle oche, accanto al ruscello, sia forse anche più sorridente. Alle oche poi ci siamo affezionati; le salutiamo ogni giorno, e loro scappano in un goffo affannarsi di penne. E i lamponi? So esattamente dove si trovano i cespugli di lamponi. Li curo con lo sguardo; so, ogni mattina, dove andare a trovarne di maturi.

So anche il rumore che fa l’acqua, all’abbeveratoio di fronte alla stalla; e il silenzio dei passi dei gatti ben nutriti che oziosamente, dai giardini, ci spiano. Amo la domenica mattina, quando dalle frazioni e dai casolari sull’alpe arrivano al bar del paese i vecchi, a bere il caffè corretto anice, e un paio di bianchini; conosco l’odore caldo dell’ alcool che arrossa le guance, e scioglie la dolce parlata ladina. (Nella domenica sacra, in cui tutti si vestono di festa, e non lavorano). Mi incanta questo grappolo di case sotto la mole del Sasso della Croce, che la sera si infiamma nel tramonto come splendesse di luce propria. Col buio, alle finestre della grossa vecchia casa oltre il paese si accende una luce, una sola, e le altre buie; ed è così misteriosa quella luce solitaria, che non so che darei per conoscere chi abita laggiù; e cosa pensa, mentre la notte scende sulla vallata.

Non potrei però, penso con rammarico, vivere qui: mi sbalordisce questo silenzio, e mi interpellano muti, mi pare, i crocefissi di legno sui sentieri. È come se mi facessero una domanda, ma io non sapessi afferrarne le parole. Sotto alla tettoia di uno di questi crocefissi ho visto un nido, di rondini forse, aggrappato a quelle due vecchie assi. Ho invidiato le rondini, che senza bisogno di parole hanno saputo dov’è, la loro casa.

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