Un messaggio mandato da uno sconosciuto

Nell’ultima stanza non troverai altro che il desiderio di cantare

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Quando avevo vent’anni ho fatto un sogno. Mi aggiravo per le stanze di una villa
grande, bella, antica. Alcune stanze erano sontuose di arredi barocchi, altre invece polverose o abbandonate. Busti di statue rotti e caduti a terra, tende di velluto cremisi consunte, preziosi tappeti rosi dalle tarme. Procedevo in una fuga di sale che ricordava quella della villa del Gattopardo, nel film di Luchino Visconti. Talvolta le stanze si aprivano su segreti giardini mediterranei, dove nella penombra fiorivano magnolie e gelsomini. Nella villa non incontravo nessuno; c’ero solo io, che avanzavo affascinata da una stanza all’altra – curiosa di vedere che cosa c’era, alla fine. Nell’ultima stanza non c’erano più arredi né tappeti: le pareti bianche, spoglia
come la cella di un convento. C’era invece un coro di monaci che cantava in gregoriano. Non conoscevo quella musica, ma la trovavo bellissima: li restavo ad ascoltare, incantata. Con il desiderio di poter cantare anche io – ma non ne ero capace. Allora accanto a me compariva un bambino che con un dito mi indicava il segno, su un antico spartito.

 

Ma le note su quella pagina ingiallita, mentre le fissavo, si trasformavano in fili d’erba. Sono passati tanti anni. L’altro giorno mia figlia, che a scuola canta nel coro,
mi è venuta vicino con lo spartito dello Stabat Mater di Pergolesi e me lo ha aperto davanti agli occhi. Me ne sono stupita: Caterina sa bene che io non so leggere la musica. Tuttavia mi ha indicato un passo: «Guarda mamma, qui è così bello…».
E quel suo dito esile di bambina ha risvegliato il sepolto ricordo del sogno. Della
villa con cento stanze, e dell’ultima stanza, con il canto in gregoriano, e il dito del
bambino sullo spartito – del bambino che mi invitava a cantare anch’io. Un sussulto:
trent’anni dopo, il sogno riemergeva da chissà quale angolo della memoria. (Chissà dove abitano in noi i ricordi, e con quali codici sono schedati; e cosa misteriosamente
li resuscita, quando da tanto tempo giacciono inerti, come vecchi libri in una labirintica biblioteca).

 

Ma, tornando a quel sogno – così intenso che dei gelsomini nei giardini mi pareva
di sentire il profumo. Da Freud in poi ci hanno insegnato che i sogni sono prodotto dell’inconscio: roba nostra dunque, da analizzare, se lo si voglia, per meglio capire noi stessi. Quel sogno invece conteneva una singolare sapienza: nell’ultima stanza, quando sarai vecchia, altro non troverai che il desiderio di cantare. In gregoriano, dunque una preghiera, dunque una lode a Dio. Sarà un bambino, o la parte di te rimasta bambina, a indicarti il segno perduto sullo spartito. E quelle note saranno vive come l’erba – l’erba splendente dei prati delle Dolomiti, a giugno, di quando ero bambina. Davvero i sogni sono, solo e sempre, “roba nostra”, contorto parto dell’inconscio? Io non credevo in nulla, a vent’anni. Quel sogno denso
e incantato sembra una profezia: come il messaggio, o la promessa, mandato da un allora sconosciuto Altro.

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