Un giorno sì e l’altro pure celebriamo Carlo Giuliani, ma ci siamo dimenticati di Antonio Annarumma

L’Italia è il Paese  in cui un giorno sì e l’altro pure si celebra la morte Carlo Giuliani, il ragazzo di 23 anni ucciso mentre era in procinto di praticare violenza con un estintore. L’Italia è anche il Paese in cui quasi nessuno si ricorda più della morte di Antonio Annarumma, il ragazzo di 22 anni ucciso mentre faceva semplicemente il proprio mestiere di poliziotto. Morì in servizio, durante gli scontri seguiti a una manifestazione del Movimento Studentesco a Milano. Era il 19 novembre del 1969.

Fu il primo: la prima “vittima degli Anni di Piombo”, scrisse qualcuno, la prima “vittima della Strategia della tensione”, preferì qualcun altro. Ucciso da un tubo penetrato nel cranio, secondo la Giustizia, dall’impatto con un’altra auto della Polizia, secondo i manifestanti. Non ci fu mai, ufficialmente, un colpevole. Sono questioni che occuparono le pagine dei giornali, non la mente e il cuore di suo padre, contadino di Monteforte Irpino che giunse a Milano per vedere il corpo senza vita del figlio.

Il Prefetto Achille Serra, a quel tempo Dirigente della Squadra di Mobile di Milano, ricordò la scena nel suo libro Poliziotto senza pistola: «Di fronte alla salma del suo unico figlio maschio, quell’uomo, un contadino che aveva sempre lavorato la terra dei padroni, che in una vita di stenti aveva in Antonio l’unico aiuto per tirare avanti (ogni mese delle 65mila lire che guadagnava, il ragazzo ne spediva al suo paese 40mila), si buttò in ginocchio, non riusciva neanche a piangere. Riusciva solo a chiedere, a gridare: “Perché?”».

Non aggiungo una virgola. Cos’altro si potrebbe aggiungere?

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