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In un bar dietro Campo dei Fiori

luglio 18, 2011

Roma, fine di aprile. Sta seduta al tavolo di un bar in una piazzetta dietro a Campo dei Fiori. Non so perché nella folla lo sguardo mi cade proprio su di lei, e ci si sofferma. È una donna anziana, sola, vestita tutta di nero come un tempo usavano fare le vedove al Sud. Ma la cosa strana è che ha addosso un cappotto troppo pesante per questa giornata di primavera. Non è una clochard: i vestiti sono in ordine, le scarpe pulite. In cappotto a Roma ad aprile, strano, mi dico: come il segno di uno spaesamento in cui si sia smarrita la cognizione delle stagioni e del tempo. Non so neppure cosa sia esattamente che mi spinge a sedermi a un tavolino dello stesso bar, solo per potere guardare meglio la sconosciuta. Non è per curiosità soltanto; ma per una inspiegabile, strana tenerezza. Dal mio tavolo la vedo da vicino. L’altro particolare di lei, mi rendo conto, che mi ha sorpreso, sono i capelli.

 

La donna dimostra ottant’anni, ma i capelli sono nerissimi. Sommariamente  pettinati, in stridente contrasto con quel viso segnato di rughe. Curioso, penso, che si tinga i capelli, quando per il resto in lei non c’è il minimo segno di frivolezza o cura di sé. Ecco, mi dico, è stato il cappotto, e quei capelli neri, a farmi fermare – come il suono di una nota stonata. Ma adesso che la ho di fronte noto il pallore, un pallore livido da malata. E lo sguardo: così lontano da questa bella piazza nel sole. Perso nel vuoto e nella solitudine. Nessuno in casa – certo abita qui vicino, ha soltanto un borsellino in mano – che le abbia detto: mamma, è aprile, non metterti il cappotto. Nessuno che l’abbia aiutata a pettinarsi. O forse, mi viene il dubbio,  quella capigliatura irreale è una parrucca, dopo una chemioterapia? La donna continua a guardare nel vuoto. Ha gli occhi scuri e indecifrabili come pozzi neri.  Quale vita l’avrà condotta a questo abbandono? Passa il cameriere e porta via la tazzina del suo caffè – tacito invito a liberare il tavolo per un altro cliente. Lei non si muove. Poi finalmente estrae dal borsellino due monete, ma ancora non si alza.

 

Come se quel tavolino di un bar fosse un faticoso approdo, da cui non ha la forza di allontanarsi. Mi alzo io, e me ne vado verso Campo dei Fiori. Si può sapere, mi chiede una parte di me, perché hai guardato così a lungo quella sconosciuta? Non so, rispondo, mi faceva tenerezza. E perché?, insiste la mia sorella interiore, ostinata. Perché, perché. Perché, forse, gli occhi smarriti della donna mi ricordavano mia madre, nei suoi ultimi giorni? Quando non parlava più, o se parlava confondeva i nomi, e gli anni – come avanzando su di lei, veloce, la nebbia. Una settimana dopo ce l’ho ancora negli occhi, la sconosciuta con il cappotto nero, assurdo nell’aprile di Roma. E ho in mente ancora lei quando, alla beatificazione di Wojtyla, in San Pietro risuona l’invocazione alla Divina Misericordia: «Per la sua dolorosa Passione/ abbi pietà di noi e del mondo intero». Misericordia, per ciascuno di noi: è la parola più vera che di quel giorno mi resta.

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