Un azzurro bambino

monviso

Rubrica tratta dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Monferrato, 13 gennaio. Fino all’alba ha fatto tempesta, pioggia e neve fina assieme. I campi sono come vetrificati da una lastra azzurrina di ghiaccio. Ma ora si è alzato un vento da nord, teso, che scaccia le nuvole. Si allarga una chiazza di azzurro. È un azzurro così chiaro e innocente, che resto a guardarlo commossa. È un azzurro bambino. Non è mai bello tanto il cielo, come il primo sereno dopo una tempesta.

Il sole ora limpido sfiora la terra gelata, che luccica, come fosse contenta. La luce è abbagliante. E l’odore dell’aria? Bisogna venire da Milano per sentire l’odore che ha l’aria, in campagna, dopo giorni di pioggia e neve: quell’indescrivibile profumo che taglia e colma i polmoni, che respiri a fondo, a inebriartene. Il vento porta con sé il gelo delle montagne, e l’aroma buono del fumo di legna dai camini. Questa luce, quest’aria: sembra di essere in un altro mondo.

E nel silenzio assoluto quanto rumore fanno le foglie secche che corrono nel cortile. Come suona ritmico e netto lo sgocciolio del ghiaccio dal tetto. Ci sono rumori che normalmente non sentiamo. In questa pace si rivelano: e sembrano voci, che vogliano dirci qualcosa. L’azzurro in cielo si è allargato, cacciando le nuvole come un re vincitore. Ora dietro le colline si scorge il profilo nobile e aguzzo del Monviso, bianco, quasi un fantasma gentile.

Ma che colore indescrivibile ha, questo cielo. È verginale, come se fosse il primo giorno del mondo. Come se tutto ricominciasse, di nuovo. Sembra che Dio, nel silenzio del mattino, stia a guardare, e benedica: tutto può, di nuovo, ricominciare. Non è mai bello il cielo come dopo una tempesta, mai così chiaro. E anche questo dice qualcosa. Non è mai bella l’anima degli uomini, forse, come dopo il male attraversato. Quando si allarga, come un gran cielo, il perdono.

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