Un anno fa la cacciata dei cristiani da Mosul. Sako: «L’America ha il dovere morale di intervenire»

È passato un anno da quando i terroristi dello Stato islamico si sono appropriati dei beni dei cristiani e li hanno cacciati da Mosul, la seconda città più importante dell’Iraq. Il 16 luglio 2014 hanno cominciato a marchiare le loro case con la lettera “N” per Nazareno e poi li hanno minacciati con un ultimatum: entro il 20 luglio, o vi convertite all’islam o pagate la tassa di sottomissione o ve ne andate. «Altrimenti l’unica opzione resta la spada».

Decine di migliaia di cristiani sono stati costretti nei giorni successivi a rifugiarsi a Erbil, in Kurdistan. A un anno da quei tragici eventi, il patriarca dei caldei, Mar Louis Raphael I Sako, ha dichiarato alla sezione francese di Radio Vaticana:

«Il governo iracheno ci ascolta ma è incapace di controllare tutta la città. Non ci sono altre soluzioni al di fuori di un intervento armato terrestre. Mentre lo Stato islamico diventa sempre più potente, l’Occidente resta indifferente. Rappresentano un rischio globale per il mondo intero. L’Iraq è incapace di cacciare Daesh (Isis) e gli americani, che hanno cambiato il regime in Iraq e provocato l’anarchia, ora hanno il dovere morale di intervenire e porre fine a Daesh. (…) La Francia ha promesso di fare qualcosa, ma da sola non può intervenire: serve una coalizione internazionale con il mandato dell’Onu».

Foto Ansa

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