Perché c’è bisogno di trattare la tv e i nuovi media come i medici trattano i malati

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Quasi nessuno si occupa dei contenuti dei programmi, cioè dei modelli di comportamento proposti dai teleschermi». Sono parole di Ettore Bernabei, un maestro. «Le facoltà universitarie di Scienze della comunicazione non possono preoccuparsi solo di laureare intellettuali esperti prevalentemente in storia del cinema e della tv. Devono approntare vere e proprie scuole di formazione professionale. Così come le facoltà di Medicina immettono nella società laureati capaci di guarire un malato, quelle di Scienze della comunicazione devono preparare professionisti attrezzati a diventare bravi sceneggiatori, validi registi, produttori di fiction, presentatori, giornalisti: tutti al servizio del pubblico, tutti impegnati a preparare una società più equilibrata».

Parole sante, in senso letterale. «Sulle macerie di una civiltà egoistica i giovani possono e devono diventare operatori di una cultura nuova, imperniata sull’altruismo, e sulla partecipazione di tutti, come oggi è possibile, avvalendosi dei nuovi mezzi di comunicazione». Per questo occorre una vita di intenso rapporto con Dio, praticando la confessione e la comunione, e poi preparazione, una cultura che dia sicurezza. In conclusione: «Bisogna avere il coraggio di abbandonare le ubriacature nichiliste del secolo scorso, di scendere dai trampoli della superbia individualista e con molta umiltà tornare a vivere secondo le regole del decalogo di Mosè e nello spirito delle Beatitudini predicate da Gesù nel discorso della montagna».

Foto tv da Shutterstock

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