Troppa vita di colpo

primavera

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La signora A. uscì di casa quella mattina dopo qualche giorno in cui se ne era rimasta a letto malata. Come varcò il portone si sentì sulle guance un’aria nuova. Un vento tiepido del tutto diverso, una trasparenza in cui i colori della strada risaltavano netti, e quasi lavati di fresco. Un cielo profondamente blu, come non se ne vedono spesso a Milano. Rieccola, pensò la signora A., con un misto di allegria e di spavento, rieccola, è tornata.

E ancora una volta all’improvviso, in un golpe: come interpretare altrimenti il giallo oro delle forsizie esplose contemporaneamente, radiose, nei viali? Un golpe: e la gente con ancora i cappotti pesanti addosso, e le sciarpe, che si guarda attorno frastornata, slaccia i bottoni delle giacche e cammina come un po’ stupefatta.

L’autista dell’autobus 43 invece, notò A., era di pessimo umore. Decisamente uno di quelli che la primavera prende male. «Tutti in bamba oggi», sibilava, scansando all’ultimo un pedone trasognato che traversava maldestramente. Già, dal suo punto di vista tanta gente in giro con il naso per aria era un’insidia: come questo vecchio ciclista con due gerani sul portapacchi della bici, pigro, in mezzo alla strada, ignaro dell’autobus che lo tallona. «Tutti in bamba oggi», ripete furioso il conducente, a una nuova brusca frenata. I passeggeri, zitti, come scolari colti in fallo, con aria contrita. È vero, in una mattina così si gira senza troppo guardare dove si va, sedotti da questo vento, da questa luce.

Questa luce che quasi fa male agli occhi, tanto picchia, tagliente. Come se, a lungo trattenuta dalle nebbie, ora scorresse più forte. Un fiume in piena. La signora A. estrae dalla borsa gli occhiali più neri della sua collezione. Ma anche con questo schermo la mattina del 10 di marzo è una evidenza ineluttabile: la primavera è piombata su Milano. Ci ha sequestrati. Sorridiamo, un po’ ebeti, giacché non si può dire che questo cielo, che questo vento non sia bello. Sono allegri i ragazzi, felici gli innamorati.

Ma, si domanda la signora A., chissà se qualcuno di quelli avanti con gli anni non si sente come io comincio a sentirmi, in un giorno come questo. Come richiamata alle armi da una fanfara che ordini: via quei colori scuri, via quelle lane pesanti. Alzatevi e vivete. È l’ora in cui il mondo ricomincia.

Di modo che A. cominciava a capire certe viandanti anziane che sceglievano il lato in ombra della strada, e a piccoli passi rientravano forse un po’ prima a casa. Tutta questa luce, e questo vento, possono anche spaventare. La signora A. rincasò e chiuse le tende in soggiorno. Nella penombra si sentì un po’ rincuorata. Troppa vita, di colpo, si disse. Non ci sono abituata.

O forse, si domandò, sono invecchiata? Tuttavia, zitta, una parte di lei pensava già al mercato all’aperto, l’indomani, e alle rose e ai gerani che avrebbe comprato. Non ci si può opporre al golpe di marzo. Occorre vivere, ci è comandato.

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