Tonnellate di retorica sull’Ucraina, poi c’è la realtà. Il gas di Putin, per esempio

Su Atlantico quotidiano Federico Punzi scrive: «Ma non dimentichiamo che la richiesta di Putin prima dell’invasione non era solo né principalmente a Kiev, ma a Washington: pretendeva dagli Usa una “garanzia giuridicamente vincolante” della non adesione dell’Ucraina alla Nato e della rinuncia ad ulteriori allargamenti, una richiesta impossibile (nemmeno a Yalta furono accordate simili garanzie all’Urss sull’Europa orientale), avanzata solo per farsela rigettare e avere un pretesto per una invasione pianificata da tempo. In ogni caso, non era qualcosa che si poteva concedere a Putin gratis, non nei termini in cui la pretendeva».

Forse sulle garanzie che la conferenza di Yalta non dava all’Unione Sovietica Punzi esagera un po’: basta considerare l’intervento militare di Mosca in Ungheria, poi in Cecoslovacchia e infine in Polonia. Il mondo comunque non è più quello del dopo 1945. Però è evidente il fatto che, mancando dopo l’autoliquidazione dell’impero sovietico un accordo sulla sicurezza comune del Vecchio Continente (solo Silvio Berlusconi aveva tentato di definirlo a Pratica di Mare), si sia lasciato lo spazio per tensioni che sono sfociate nell’aggressione russa all’Ucraina, ingiustificabile ma non incomprensibile.

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Su Strisciarossa Sergio Sergi scrive: «“Pensano di poter comprare tutto e vendere tutto ma loro non sanno nulla della nostra Storia”. Alza il tono della voce Vladimir Putin mentre parla, in diretta streaming dal suo ufficio del Cremlino, a ministri ed ai governatori delle regioni convocati per discutere delle conseguenze delle sanzioni sull’economia russa».

Sergi ricorda come Putin, ricorrendo alla retorica patriottica, voglia nascondere i terribili problemi dell’economia russa e le grandi magagne dimostrata dal suo apparato militare in Ucraina. Però all’ex corrispondente dell’Unità da Mosca non sfugge come certi toni trovino ascolto in un popolo che dall’Orda d’oro a Napoleone e Hitler si è spesso sentito aggredito.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Il titolo è corretto. D’impatto. Fattuale. “LA CARNEFICINA”, scritto così, a caratteri cubitali e apposto su una foto drammatica. La prima pagina della Stampa, che migliaia di italiani si sono ritrovati in edicola, colpisce al cuore. Si vede un anziano disperato coprirsi il volto con le mani. Piange. Intorno a lui una distesa di cadaveri maciullati: braccia mutilate, arti smembrati, urla di dolore. È l’immagine plastica, perfetta, che racconta la tragedia che si sta svolgendo in Ucraina. C’è solo un piccolo problema: si tratta di un fake, o meglio di una storia raccontata male, di quelle che meriterebbero uno stuolo di debunker e le reprimende dei News Guard di turno».

Nel suo sito Nicola Porro ricorda costantemente come gli aggressori siano russi e gli aggrediti ucraini e che a questi ultimi sia dovuto il massimo di sostegno. Però non c’è bisogno per compiere questa scelta, che l’informazione indossi un elmetto.

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Su Affaritaliani Pietro Mancini scrive: «Perché il capo dello Stato, rieletto, Sergio Mattarella e il premier “migliore”, Mario Draghi, del governo (“dei migliori”), sinora, non si sono rivolti ai connazionali sull’evoluzione, i possibili sbocchi delle operazioni belliche, i passi, sinora, fatti dal governo e quelli, che si intendono compiere, in Europa e con i Capi degli Stati belligeranti, con i quali Emmanuel Macron ha contatti, telefonici, continui e diretti?».

Ecco un’osservazione interessante registrata su Affaritaliani. Come era prevedibile la non elezione di Draghi al Quirinale ha indebolito sia il ruolo del presidente del Consiglio sia quello del presidente della Repubblica. Avere “due autorità morali” ma nessuna adeguata
“autorità politica” non ci ha aiutato in un momento così difficile come quello dell’aggressione russa all’Ucraina.

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Su Huffington Post Italia si scrive: «Roberto Cingolani ha riferito che “in questo momento il flusso di gas dalla Russia è il più alto mai registrato” e l’Europa “sta continuando ad acquistare gas dalla Russia, che porta a pagamenti di circa un miliardo di euro al giorno. In un momento come questo ha un’implicazione oltre il settore energetico. È una riflessione importante in questo momento”».

Questo è il mondo in cui viviamo: c’è l’informazione con l’elmetto e c’è la realtà effettuale delle cose.

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Sul Sussidiario Enzo Cannizzaro dice: «Mi sembra ragionevole che l’Ucraina voglia avere una sorta di collegio di garanti del proprio eventuale status di neutralità. Come ho detto, nonostante sembri paradossale, essa sarebbe ancor più garantita dalla presenza della Russia in tale collegio, il quale potrebbe dotarsi di strumenti di dialogo e cooperazione che potrebbero attenuare l’aggressività russa verso uno Stato che essa concepisce come ribelle».

Stare con gli ucraini e cercare una vera pace non è impossibile, se invece della propaganda si cerca di riflettere sulle soluzioni possibili come fa il professor Cannizzaro, ordinario di Diritto internazionale e dell’Unione Europea nell’Università di Roma.

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Su Dagospia si riporta un articolo di Ilario Lombardo sulla Stampa, nel quale si scrive: «La richiesta italiana di un maggiore coinvolgimento è resa quasi esplicita nella nota ufficiale diffusa al termine dell’incontro, dove è scritto che Draghi e Sullivan “si sono detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico”. Draghi vuole uscire dal labirinto diplomatico in cui si è infilato nelle ultime settimane, mano a mano che l’escalation militare cresceva».

Mario Draghi, confortato dal parere dei suoi ex colleghi della Goldman Sachs molto preoccupati dai prossimi scenari economici globali determinati dalla guerra in Ucraina, aveva cercato di assumere un ruolo attivo nelle trattative con Mosca, ma era stato richiamato all’ordine da influenti ambienti americani. Ora, considerando i molteplici problemi nazionali, cerca di riprendere un ruolo. Ma gli manca una Washington capace di collegare alla sacrosanta denuncia delle colpe russe, un’efficace politica internazionale.

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Su Huffington Post Italia Angela Mauro scrive: «Quando al vertice Nato a Bruxelles il ministro della Difesa polacco Mariusz Błaszczak prova a sottoporre la richiesta del suo governo di inviare una “forza di pace dell’Alleanza atlantica” in Ucraina, i presenti fanno finta di niente. La proposta di Varsavia, rilanciata all’indomani del viaggio a Kiev da parte del premier polacco Mateusz Morawiecki con i suoi omologhi della Slovenia e della Repubblica Ceca, cade nel vuoto».

C’è un tempo per la retorica e uno per la politica. Ma è inutile prendersela con Varsavia, se molti dei difetti della diplomazia occidentale dipendono dalla svagatezza di Washington.

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Su Dagospia si riporta un articolo di Claudio Bozza sul sito del Corriere della Sera nel quale si scrive: «Sul suo blog Beppe Grillo parla (o fa parlare i relativi esperti) di “come l’energia eolica potrebbe alimentare la Terra… 18 volte”. Di “fiori galleggianti per il più grande progetto solare del mondo”. Oppure del fatto che “negli Stati Uniti ci sono veicoli autonomi senza volante né freno” e del “perché abbiamo bisogno di un reddito di base universale”».

Finalmente qualcuno nei media (slacciato il cinturino dell’elmetto) si accorge che il problema politico italiano non è tanto quello di un partito “russo” che il disperato imperialismo grande russo putininiano ha disperso sia nelle sue componenti più diplomatiche (berlusconiane) sia in quelle identitario-tradizionaliste salviniane, ma quello cinese, ben inserito nella politica italiana non solo con i Prodi e i D’Alema ma anche con il guru di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, Beppe Grillo.

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Sul Sussidiario si scrive: «L’Arabia Saudita sarebbe pronta ad accettare parte di pagamenti per il suo petrolio da parte della Cina in yuan. Tradotto, fine del regime di esclusività del dollaro nel trading del greggio, lo stesso sancito nel 1974 con l’amministrazione Nixon e che cementò lo status di valuta benchmark del biglietto verde. Il famoso petrodollaro, insomma, rischia di patire un colpo fatale. Oltretutto, assestato alle spalle proprio dall’alleato commerciale e geopolitico più fedele agli Usa nell’area mediorientale».

Dei rapporti Pechino-Riad si era già scritto, ma non è inutile ritornarci anche per far comprendere come lo scenario internazionale oggi sia segnato non solo dalla inaccettabile aggressività del disperato imperialismo grande russo di Vladimir Putin, ma anche da una Washington che sembra più intenta alla retorica che a un’articolata politica globale.

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