Tocca sporcarsi le mani (al parco giochi) per essere grandi

Parco giochi: scontro di civiltà. Laddove in quei metri quadri di erba, scivoli e altalene misuri il tuo essere madre con quello di altre sventurate. Laddove si scende in campo come per la finale di Champions League – “se-siamo-arrivati-fin-qui-siamo-tutti-bravi-ma-ora-dopo-cordiale-scambio-di-gagliardetto-vediamo-chi-è-il-migliore” – attenti al proprio gioco (è il caso di dirlo), ma con lo sguardo sempre attento a quello degli avversari e soprattutto alle tecniche dell’altro coach (per imparare o screditare e ringalluzzirsi). Quel posto dove, per paradosso, sei sola con te stessa e con il “risultato” del tuo lavoro, ovvero: osservi i tuoi figli interagire col resto del mondo (o almeno del parchetto). Si salvi chi può.

C’è la mamma “vai tranquilla” che beve il caffè con le amiche al bar in fondo al parco giochi – quindi no, è impossibile che da là stia osservando i suoi pargoli a meno che non abbia un occhio bionico – e mi ha mollata coi suoi due figli che arrancano su un’altalena (e io per risparmiare spazio ho pigiato i miei primi due su una sola, schiena a schiena, mentre il terzo osserva inerte dal passeggino) e uno di quelli si fa pure male perché l’altalena se la prende in testa e io mi sento in colpa e mando uno sconosciuto a chiamare la suddetta mamma e intanto, imprecando tra i denti e soccorrendo il poverino, l’altalena dei miei figli si è fermata e loro son rimasti lì appesi come salami.

C’è quella iperprotettiva che sale anche lei col figlioletto sullo scivolo (quello che prima di accedervi c’è una sorta di ponte sospeso tipo addestramento dei Marines), piegandosi in due perché intera non ci starebbe, tenendolo per entrambe le mani, e scivolando cautamente con lui giù dal tubo metallico (e qui o lo si fa con disinvoltura perché, fortunate quelle, dall’ombelico in giù si rientra ancora nello scivolo o è il momento giusto per cominciare a prendere in seria considerazione l’imminente prova bikini – del resto se si è al parco giochi vuol dire che fa già caldo quindi siete voi a essere in ritardo, non è mica colpa di nessuno se fate figuracce davanti ai genitori dei compagni d’asilo dei vostri figli). E quel bimbo, che lasciato da solo è già capace di prodezze à la Yuri Chechi, nel suo cuoricino pone una domanda esistenziale sulla madre che potremmo così riassumere: «Ci fa o ci è?».

C’è il genitore che sfrutta il parco giochi come momento di sfoggio della bravura scolastica del brillante erede, buttando lì (con studiata nonchalance e con un tono di voce  sufficientemente alto per farsi sentire dalle mamme vicine, ma non troppo per non destare sospetti): «Forza (inserisci nome a caso), fallo un po’ più dritto quel castello di sabbia. Come mai quella pendenza sbilanciata? Non hai preso 9 nell’ultimo compito in classe di geometria? Che poi mi hai stupito tantissimo con quel 9, che mi significa? Sa (intercetta al volo il mio sguardo), di solito prende 10, ma quel giorno lì si vede che era un po’ stanco…». Io lo so che quel bambino da grande gratificherà le aspettative paterne fondando un gruppo tipo Marylin Manson o ammazzandosi di palestra per diventare tronista o partirà su una zattera verso l’India per ritrovar sé stesso e continuo serena a togliere sabbia dalla bocca del mio, invece inconfutabilmente “scemo”.

C’è la mia speranza che la primogenita migliori in “socialità”. Quindi quando mette piede su una giostrina e subito dopo arriva una bimba, ben disposta a giocare con lei, e lei invece fa per andarsene, la sfido “sussurrandole” dalla panchina: «Prova a giocare con quella bimba. Dille qualcosa». La primogenita e l’altra, sedute nei loro seggiolini, si squadrano, poi la mia campionessa di simpatia emette un: «Bel vestito», che per lei è il massimo del complimento. E rivolta a me: «Contenta?». Più o meno…

C’è tanto, tanto altro, ma è quasi ora di cena, si torna a casa, grandi e piccoli, stanchi e sporchi. Terra appiccicata al sudore i bimbi. Capelli assai fuori posto le mamme (tranne quella del bar: lei impeccabile). Qualche graffio. Appunti mentali. Il desiderio di far meglio e di esser “stata brava” agli occhi degli altri misto alla presunzione di giudicar «quella che» e «quell’altra poi non parliamone». Perdendo momentaneamente di vista i protagonisti del parchetto, i bipedi intorno al metro d’altezza che con o senza di noi si menano, fanno pace, fanno torte di sabbia, distruggono le torte di sabbia altrui, ricevono sabbia negli occhi da quelli a cui hanno distrutto le torte, non se ne fanno niente di tutti i giochi lì presenti perché tanto loro erano venuti lì per giocare a Peter Pan o a Little Pony. Si allenano, cioè, fin d’ora a diventare noi. I “grandi”. Se è così inevitabile, toccherà allora – invito me stessa – a fargliene venir voglia. Toccherà – mi rimprovero più decisa stavolta – che in quel parchetto, perché loro guardando me diventino grandi, io lo sia davvero, grande. Toccherà, la prossima volta che al parco giochi mi vien voglia di perdermi in cose inutili, che faccia vedere, a quei tre, come si fa una vera torta di sabbia.

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