Storia del mio crocefisso

Tratto dal numero 27/2012 di Tempi

Primo di luglio. Fa molto caldo, già all’alba. I gatti immobili negli angoli più ombrosi della casa. Anche i ragazzi dormono. In camera il ventilatore dal soffitto smuove svogliato l’aria afosa. Nel silenzio lo sguardo mi cade sul vecchio crocefisso di fronte al letto. È strano come in una domenica d’estate, nella quiete, l’attenzione sappia fermarsi su un particolare ben noto, e contemplarlo come vedendolo per la prima volta.

Quel crocefisso l’ho comprato a Colonia, a un mercatino di Natale. È di legno, vecchio ma non antico, di certo non prezioso: fatto in serie, come ce n’erano tanti una volta nelle case e nelle scuole. Aveva, quando l’ho trovato, un polso spezzato, che gli ho riparato. Di prima della guerra, direi, a giudicare dalla brunitura del legno. Com’era arrivato?, mi ero chiesta portandomelo via sottobraccio, da un rigattiere alla vigilia di un Natale.

Nella pace bollente di questa domenica lo fisso assorta e mi immagino due sorelle tedesche, ragazze negli anni della guerra. La più giovane graziosa, la maggiore una maestra, un po’ secca, quell’aria timida di certe donne bruttine, precocemente convinte che nessuno le vorrà. Il mio crocefisso stava nella cucina della loro casa. Maria, la maggiore, e sua sorella negli anni dei bombardamenti non avevano il coraggio, all’allarme, di scendere nel rifugio; mi pare di vederle abbracciate in cucina, mentre le bombe incenerivano Colonia. La loro casa rimase in piedi. Finita la guerra, la sorella bella incontrò un tipo maturo, benestante, e lo sposò – pensando di avere avuto fortuna. L’altra invece continuò a fare la maestra – Fräulein Maria, la chiamavano rispettosi gli alunni. La sera nel tinello la radio accesa, e il crocefisso sopra alla tavola apparecchiata per uno.

Vite di cui non c’è, almeno all’apparenza, granché da raccontare. La sorella bella non ebbe figli e restò vedova. Tornò ad abitare con Maria. Ora non giravano più in bicicletta, come da ragazze, ma aspettavano ogni giorno lo stesso tram all’angolo della strada. Un mattino la sorella giovane non si svegliò: serena in volto, come portata via nel sonno. Maria, in pensione ormai, a tavola la sera, sola con la voce della tv, già sguaiata; e il crocefisso, sul muro. Finché un giorno, annebbiata di demenza, Maria fu portata all’ospizio. Mani estranee allora rovesciarono la biancheria dai cassetti odorosi di naftalina, e i disegni ingialliti di lontani bambini. Portarono via tutto, una vita intera affastellata su un furgone. Il Gesù del crocefisso si spezzò un polso. Il ragazzo che caricava stava per buttarlo – poi, chissà perché, ci ripensò. E così è stato che l’ho trovato io, rotto, al mercatino sulla Alter Markt. (Forse l’ho scelto proprio perché era ferito?).

E Maria? Una mattina ha balbettato un sogno a un’infermiera: sua sorella giovane, ridente, in sella alla bici le diceva corri, andiamo, come quando si andava in gita lungo il Reno. Ma sul sentiero nel bosco, nell’erba alta di giugno, c’era il Crocefisso di casa che l’aspettava, le braccia spalancate. Naturalmente non posso dire se sia vera, questa storia. È il silenzio di una domenica di luglio, che me l’ha raccontata. (Lui sulla croce davanti al mio letto, muto, presenza fedele).

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