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Spiegare Di Maio (ma non alla maniera di Recalcati)

aprile 4, 2018 Rodolfo Casadei

La propensione di Massimo Recalcati a giudicare la politica sulla base di categorie psicanalitiche è scorretta, diseducativa, pretenziosa, mistificatoria e istrionica. L’ultimo esempio di uso pretestuoso della psicanalisi per mettere a fuoco una situazione politica è il suo giudizio sull’insistenza con cui Luigi Di Maio rivendica la poltrona di capo del futuro governo dell’Italia:

«Lo sgomento di fronte all’ipotesi di Di Maio premier non è per me tanto relativo alla sua incompetenza tecnica, quanto al gesto personalissimo dell’aver accettato questa investitura. Quanti accetterebbero un incarico di questa rilevanza senza avere la più pallida idea di cosa significhi governare la cosa pubblica? È questa assenza di consapevolezza dei propri limiti che fa davvero tremare i polsi. È il polo chiaramente maniacale o, se si preferisce, puramente adolescenziale del M5S. Un fantasma di onnipotenza e di purezza totalmente sganciato dalla realtà. Mi chiedo: ma avrà avuto o avrà almeno una crisi di panico, un momento di vertigine o di angoscia? Glielo auguro perché sarebbe il segno che quell’onnipotenza maniacale che egli, così diverso nel sembiante, sembra aver ereditato dal suo fondatore, in realtà, non lo assorbe integralmente».

Ma figuriamoci. La prosa è simpatica, dà l’illusione della conoscenza, piacerà ai semi-colti di sinistra soprattutto quelli di cosiddetta area cattolica. Però se uno si interroga sulla candidatura di Di Maio a presidente del Consiglio dovrebbe partire dal dato di fatto che i grillini ripetono ogni cinque minuti: il ragazzo è stato votato da 11 milioni di elettori (in realtà 10 milioni e 700 mila). A pensare che un individuo privo di qualunque esperienza di governo e anche semplicemente dirigenziale sia in grado guidare il paese non è il solo interessato in un delirio di onnipotenza e megalomania, ma un gran numero di elettori italiani. Di Maio, che non ha ancora fatto nulla nella vita, si sente in grado di presiedere il governo nazionale? Sono d’accordo con lui il 32 per cento degli elettori che si sono recati alle urne il 4 marzo scorso. Questo, semmai, si dovrebbe psicanalizzare. E allora se fosse onesto Recalcati dovrebbe scrivere che il 32 per cento degli elettori italiani sono adolescenziali e megalomani. Ma non osa farlo perché non farebbe un favore al suo mentore politico Matteo Renzi: gli elettori che hanno scelto un partito diverso dal tuo non vanno mai insultati, altrimenti il loro voto te lo scordi per sempre.

Il punto vero, però, è che la psicanalisi c’entra poco col fenomeno Cinque Stelle e altre cose che stanno capitando in Occidente. Per capire il momento storico che stiamo attraversando non servono, se non marginalmente, Freud e Lacan, ma piuttosto la Rivoluzione francese, Tocqueville, il marxismo e Ortega y Gasset. Non è questione di psicanalisi ma di ideologia.

Di Maio è il trionfo dell’egualitarismo. L’egalité del motto della Rivoluzione francese non è mai stata soltanto uguaglianza di fronte alla legge, ma sin dall’inizio, come ha scritto Tocqueville, ossessione per l’uguaglianza delle condizioni, per arrivare oggi col relativismo all’uguaglianza delle qualità, frutto dell’abolizione di tutte le gerarchie. Siamo tutti uguali, non c’è nessuna differenza –uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, abili e disabili, buoni e cattivi, cristiani e non cristiani, credenti e atei, Beethoven e Johnny Halliday, Michelangelo e Cattelan, san Francesco e Fabrizio Frizzi, esseri umani e animali – abbiamo tutti gli stessi diritti e diritto alle stesse cose; andremo tutti in Paradiso oppure nessuno andrà da nessuna parte. E allora perché un Di Maio non potrebbe occupare lo stesso scranno che occupò Alcide De Gasperi? Del resto già Lenin aveva promesso che un giorno anche una cuoca avrebbe potuto imparare a governare l’Unione Sovietica. Il problema, allora come oggi, sono sempre le élites, che non intendono rinunciare ai loro privilegi e accettare la rivoluzione democratica. Così per far capire che siamo tutti alti uguali fu necessario ai tempi del Terrore tagliare le teste degli aristocratici, per far capire che abbiamo tutti fame allo stesso modo fu necessario affamare a morte milioni di kulaki negli anni Trenta; oggi meno sanguinosamente ci si attacca ai “costi della politica”: non sia mai che un rappresentante del popolo si erga economicamente al di sopra di chi lo ha eletto grazie alle retribuzioni e ai benefit della condizione parlamentare.

Gli eredi intellettuali e politici della Rivoluzione francese e di quella russa come Recalcati oggi inorridiscono di fronte al modo di pensare e di agire di soggetti politici come i Cinque Stelle, ma questi ultimi sono carne della loro carne, sangue del loro sangue. Sono i maestri di Recalcati e delle classi dirigenti dell’arco di partiti che oggi in Italia vanno da Liberi e Uguali a Più Europa passando per il Partito Democratico, che ci hanno insegnato che la verità non esiste ma esistono solo le interpretazioni, che tutte le espressioni culturali hanno lo stesso valore, che le gerarchie di valori sono puramente storiche e normalmente sono l’ideologia con cui una classe (o un sesso, o una casta, o una razza) opprime un’altra classe.

Ma come dice il proverbio, chi semina vento raccoglie tempesta: se la verità non esiste ma nietzschianamente esistono solo interpretazioni, Fox News e Donald Trump hanno tutti i diritti di raccontare il mondo a modo loro e di creare attorno a quella narrazione un consenso politico; se gli uomini nascono rousseaunianamente uguali, ed è la società che li rende diseguali, Grillo e soci hanno tutto il diritto di proporre in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini (uno vale uno) Luigi Di Maio presidente come l’incarnazione della volontà generale. E il fatto che milioni di persone siano d’accordo è l’espressione di quella che già novant’anni fa Ortega y Gasset definiva la ribellione delle masse, che dopo avere conseguito il pieno potere sociale puntavano a quello politico. La cultura dell’uomo-massa, scriveva, è fatta di «luoghi comuni, di pregiudizi, di parvenze di idee, o semplicemente di vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nella sua coscienza». L’unico desiderio che ha l’uomo-massa è di soppiantare gli uomini a lui superiori; ed è così che, appunto, nasce la ribellione delle masse.

La cosiddetta sinistra italiana in tutte le sue tendenze punta il dito contro xenofobi, nazionalisti, fascisti, cattolici “fondamentalisti” che metterebbero in pericolo le conquiste liberaldemocratiche ed europeiste con le loro offensive reazionarie. Non ha capito o non vuole ammettere che la ragione della ribellione in corso è proprio il contrario di un ritorno alle gerarchie, alla morale, alla tradizione: chi vota populista, non importa se a destra o a sinistra (ammesso e non concesso che la distinzione abbia ancora significato), vota contro la sinistra liberal che non ha mantenuto le promesse egualitarie, che crede di abbindolare le masse col matrimonio per tutti al posto della pensione per tutti, con la libera mobilità fra le identità di genere al posto della mobilità sociale. È una ribellione contro le élite che hanno promesso l’uguaglianza e il benessere diffuso, e invece hanno allargato la forbice dell’avere fra loro e il resto della società. A Milano la realtà politica odierna presenta un volto plasticamente urbanistico: il centro storico, ovvero l’area C dove le auto entrano solo a pagamento, dove i valori immobiliari sono altissimi vota Pd e Più Europa; le periferie multietniche dai marciapiedi sconnessi votano Lega, Cinque Stelle, Forza Italia. La sinistra continua ad avere come simbolo gli alberi, ma non più la quercia del Pds o l’ulivo di Prodi, bensì i lecci del Bosco Verticale di Stefano Boeri, architetto piddino che ha dato una casa superecologica a calciatori, stilisti e cantanti dalle tasche profonde nel pieno Centro direzionale di Milano.

Ma anziché riflettere sulla crisi esistenziale della liberaldemocrazia e del centro-sinistra il Pd preferisce affidarsi ai ghirigori dello psicanalista che già aveva distillato il suo profondo pensiero quando aveva interpretato le convulsioni della politica italiana nei termini freudiani del mito di Crono:

«Il dramma della politica italiana, non solo della sinistra, è il fallimento dell’eredità. Renzi ha provato a correggere questo sintomo consentendo a una nuova generazione di farsi avanti. I figli anziché ereditare il testimone dai padri sono osteggiati dai padri. Accade anche a destra con Berlusconi e Grillo. I figli non allineati coi loro padri-padroni vengono sistematicamente espulsi. Ogni scissione, quando sono in gioco diverse generazioni, viene al posto di un lutto mancato: si invoca lo spettro della scissione invece di saper tramontare».

Ora, ammesso e non concesso che Matteo Renzi abbia visto nei leader storici postcomunisti del Pd dei padri da uccidere (la famosa “rottamazione”), è certo che uomini come D’Alema o Bersani non l’hanno mai considerato un figlio, ma piuttosto un estraneo, un intruso, un seduttore che si è infilato nel letto della madre-partito e ha profanato il talamo nuziale. Ed è vero che Berlusconi ha stecchito tutti gli aspiranti alla sua successione a capo di Forza Italia, ma proprio perché non si è mai trattato di figli o di figlie: ai figli e alle figlie, quelli veri, ha trasmesso eccome l’eredità e si è preoccupato assai della successione. Quando il Cavaliere passerà a miglior vita Mediaset non farà la fine di Forza Italia, questo è sicuro.

Ma allora perché Pd, liberal ed europeisti vari si sentono più gratificati dalle elucubrazioni di quello che il suo collega Giovanni De Plato ha definito il «grande guru della psico-politica italiana» che dal sapere autentico che potrebbe venire dalla sana autocritica e dall’analisi politica? Forse perché si sono resi conto del vicolo cieco in cui si è cacciata la liberaldemocrazia, vicolo cieco magistralmente esplorato da libri come The Demon in Democracy di Ryszard Legutko, Why Liberalism failed di Patrick Deneen e Il secolo greve di Mattia Ferraresi. E allora un Recalcati può servire a consolarsi. Perché lo psicanalista, si sa, è una delle figure che nella società moderna hanno sostituito quella del sacerdote, e alla corte renziana alla Leopolda il sommo pontefice della psico-politica ha fatto proprio quello che deve fare ogni papa che si rispetti: ha anatemizzato i vecchi peccatori oramai eretici corrotti e ha benedetto il giovane virtuoso leader e i suoi seguaci. Questa è roba che fa stare bene, e oggidì religione e psicanalisi a questo servono: a stare bene, a evacuare i sensi di colpa, a sentirsi giusti.

Foto Ansa

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