Soldi / Banche venete, rischio valanga cause dopo sentenza Verona

Potrebbero essere migliaia, le cause che saranno intentate dai piccoli soci di Veneto Banca e Popolare di Vicenza dopo la prima sentenza favorevole al risarcimento emessa il 25 marzo dal Tribunale di Verona. A proporla, una pensionata di 68 anni, la signora Bertilla Santacasa, che ha chiesto la restituzione di circa 40 mila euro pari all’ammontare del suo investimento nella Banca popolare di Vicenza di cui nel 2009 aveva acquistato un pacchetto di azioni. I giudici non solo le hanno dato ragione ma hanno anche condannato la banca al pagamento degli interessi e delle spese legali per un totale di 60 mila euro.

IN CAMPO LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI. La signora veronese è stata assistita dall’Adusbef attraverso l’avvocato Emanuela Bellini, sulla cui scrivania ci sono adesso decine di potenziali altre cause. Ma l’Adusbef non è l’unica associazione dei consumatori attiva su questo fronte. “Abbiamo già presentato oltre 60 istanze al Tribunale di Vicenza e attendiamo le prime sentenze per luglio”, afferma Walter Rigoban dell’Adiconsum Veneto, “Ogni giorno vengono da noi decine di persone, ma noi esaminiamo i casi uno ad uno poiché non è sempre consigliabile avviare una costosa causa civile. In linea di massima, cerchiamo di capire se esistono presupposti solidi per rivolgersi al tribunale, uno di questi è, per esempio, essere in possesso di tutta la documentazione necessaria, e alla fine dell’istruttoria consigliamo il ricorso all’arbitro Consob per le controversie di piccolo ammontare e l’avvio della causa per le cifre più elevate. Ma ripeto, occorrono presupposti solidi, altrimenti sconsigliamo questa strada”.

Fino ad oggi sono circa 8000 le persone che si sono rivolte alle diverse associazioni dei consumatori venete (le principali sono Adusbef, Adiconsum, Altroconsumo) e se anche solo un quinto decidesse di adire le vie legali, si supererebbe le mille cause attraverso i tribunali di Vicenza, Verona, Venezia e Treviso.

AUMENTARE LA SOGLIA DEI RIMBORSI AL 30%. Rigoban aggiunge che tutto questo non sarebbe necessario se le due banche venete si decidessero ad aumentare la soglia dei rimborsi proposti che, ricordiamolo, è del 9% per Banca popolare di Vicenza e del 15% per Veneto Banca. “Da tempo proponiamo di arrivare al 30%  per chiudere tutto il contenzioso, ma non ci ascoltano. Eppure significherebbe un esborso aggiuntivo di 700 milioni di euro che non è una cifra impossibile”.

Va spiegato, che la sentenza del Tribunale di Verona è arrivata in un momento cruciale in cui Bpvi e Veneto Banca, che hanno evitato il fallimento lo scorso anno con l’ingresso del fondo Atlante che oggi è l’azionista di controllo, stanno tentando in tutti i modi di evitare il tracollo e di creare le condizioni per l’aumento di capitale necessario al salvataggio (un’operazione di circa 4 miliardi di euro) ed, eventualmente, per procedere con la fusione. Condizione indispensabile per andare avanti è la chiusura del contenzioso, motivo per cui alcune settimane fa è stata avanzata l’offerta pubblica di rimborso ai circa 200 mila soci ponendo come condizione per il buon esito complessivo il raggiungimento di adesioni pari all’80%. Ma anche dopo che la scadenza è slittata più volte (l’ultima il 28 marzo) e che è stata messa in campo una potente azione di ‘moral suasion’ si è arrivati a malapena al 70%.

Proprio in queste ore  i vertici delle due banche stanno confrontandosi con Bce e Commissione Europea per verificare se le condizioni per la così detta ‘ricapitalizzazione preventiva’ sono rispettate. In questo contesto è fondamentale capire se quanto fatto finora per ridurre al massimo il contenzioso – aumentando di conseguenza la solidità patrimoniale – è sufficiente. Si tratta, quindi, di una fase molto delicata poiché all’orizzonte c’è un rischio bail in che sarebbe una catastrofe per gli istituti di credito e per lo stesso territorio.

UNA SENTENZA PILOTA. Allo stesso tempo, però,  si sta diffondendo tra i piccoli azionisti e i risparmiatori una crescente consapevolezza delle proprie ragioni ed è per questo che la sentenza (anche se di primo grado) del Tribunale di Verona viene considerata un provvedimento pilota. Per la prima volta, infatti, un tribunale civile condanna la Banca popolare di Vicenza a risarcire una cliente che aveva sottoscritto le azioni. Per il giudice civile di Verona che ha pronunciato la sentenza, l’istituto ha violato gli obblighi informativi.

La cliente che sarà risarcita aveva acquistato tra il 2009 e il 2010 un totale di 660 azioni, al prezzo di 60,50 euro ciascuna, per un totale di 39.930 euro. Nel settembre del 2014 la donna aveva poi chiesto alla banca di poter vendere quelle azioni al prezzo di 62,50 euro ciascuna, perché voleva aiutare la figlia a comprare casa, ma l’istituto di credito, con una lettera del primo dicembre dello stesso anno, le aveva comunicato di essere impossibilitata a riacquistarle asserendo che per l’utilizzo del “fondo acquisto azioni proprie” nel corso del 2014 era diventata obbligatoria l’autorizzazione dell’autorità di vigilanza.

La Santacasa, dopo diversi reclami caduti nel vuoto, si è rivolta ai legali. La banca è stata così citata in giudizio e lo scorso aprile è cominciato il processo. Martedì scorso, il giudice Massimo Vaccari ha pronunciato la sentenza che condanna la banca a risarcire la cliente, chiarendo comunque che nel 2014 l’istituto di credito non era tenuto a liquidare l’investimento fatto dalla donna.

Per informazioni e approfondimenti scrivi a: lamiaeconomia@tempi.it

Foto Ansa

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