La grande ipocrisia della guerra in Siria

Vittorio Dan Segre è personalità molto apprezzata nel mondo ebraico, che conosce a fondo così come la storia e la situazione del Medio Oriente. Saggista e presidente dell’Istituto di Studi mediterranei di Lugano, ha partecipato con Indro Montanelli alla fondazione de Il Giornale. Sul Corriere del Ticino è apparsa una sua intervista in cui è stato molto esplicito nel condannare un intervento in Siria.

IPOCRISIA. «Nella tragedia siriana, l’ipocrisia si unisce alla non conoscenza dei fatti», ha detto. «L’ipocrisia sta nel fatto che finora nessuno ha sentito il bisogno di muoversi anche se 100 mila persone, tra cui migliaia di bambini, sono state brutalmente uccise dall’inizio del conflitto, due anni fa. Ma poi appaiono delle fotografie scioccanti, di cui si discute ancora l’autenticità e la responsabilità, che risvegliano il bisogno di agire. Quello che si dice la forza delle immagini e dei media».

VIOLENZA. Secondo Segre non si possono «aggiustare le situazioni violente con la violenza, cosa che non è mai stata possibile ». Una guerra in Siria «non farebbe che complicare le cose, allargare il conflitto. Tanto più che di mezzi sul terreno ne sono stati dispiegati parecchi: truppe speciali inglesi, forse anche francesi, di certo americane. Si parla anche di contingenti speciali israeliani. Senza dimenticare il potente esercito che fa parte della NATO, quello turco, schierato lungo i confini che sta dando dimostrazione – ed è questa una grande sorpresa – di impotenza e incapacità di decisione di un Governo che sembrava molto determinato e che aveva appoggiato sin dal primo momento i cosiddetti rivoltosi».

GAS SARIN. Sull’utilizzo del gas Sarin, secondo Segre, poche certezze si sommano a numerosi dubbi. «È abbastanza chiaro che unità dell’esercito di Damasco, forse perfino senz’autorizzazione centrale, abbiano usato i suddetti gas. È facile che questo tipo di armi siano cadute in mano a gruppi totalmente irresponsabili e profondamente ostili all’Europa e agli Stati Uniti. D’altro canto è difficile capire come il Governo di Damasco, che conosceva le gravi ricadute dell’uso dei gas, abbia potuto dare l’ordine di farlo. Credo che dietro l’attacco chimico si nasconda un’autorità locale. In Siria esistono truppe che lottano tra loro da due anni per scampoli di territorio. Si odiano e si macellano. Non escludo la possibilità che un comandante locale abbia interpretato male delle istruzioni o abbia voluto fare qualcosa di sua iniziativa per togliersi i nemici di torno».

COSA FARE? Che fare? Quello di Assad è un regime, ma l’alternativa è «il rafforzamento di una banda di facinorosi pronti a tutto: uomini di Al Qaeda, combattenti dell’islam fanatici, ecc. con cui le potenze si dovrebbero confrontare. Se invece un’azione militare distruggesse il potenziale delle “forze ribelli” – che non riescono tra l’altro a mettersi d’accordo, dando prova di mancanza di unità – ci si troverebbe di fronte ad un Assad sempre più crudele e deciso a mantenersi al potere. Per cui è meglio che l’Occidente continui ad essere presente sul terreno con azioni limitate, efficaci, lasciando che la palude siriana si stanchi. C’è fine a tutto, anche alla bestialità».

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