Sinodo. Cosa significa che «ciò che decide è la misericordia»

In un’intervista sul Sinodo, pubblicata domenica 5 ottobre sula Stampa, Massimo Cacciari afferma: «Personalmente auspico che emerga la posizione teologica del cardinale Walter Kasper. Ossia: ciò che decide è la misericordia».

Ma cosa decide la misericordia?

San Giacomo scrive: «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha avuto misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2, 12-13).

Tutti noi viviamo, e quindi ci sposiamo, secondo una legge di libertà, quella libertà che obbedisce all’evidenza della ragione che mostra che l’uomo non si fa da sé: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola» (Mt. 19,5).

Tuttavia il rapporto d’amore tra due creature non compie il bene dell’una e dell’altra: la relazione non realizza pienamente la libertà stessa che la origina, perché l’altro, nel suo destino, è un mistero che sfugge alla pretesa del nostro possesso.

Per questo ci si sposa in Chiesa: è necessario che un Altro, Dio, renda possibile il realizzarsi, altrimenti impossibile, della libertà che ci muove ad amare l’altra persona «fin che morte non ci separi».

La misericordia è la possibilità che Dio concede al desiderio dell’uomo di essere, amando, pienamente sé stesso, secondo quanto la sua ragione desidera.

Perciò usare la misericordia è richiamare costantemente la libertà dell’uomo a un luogo, un posto, un’appartenenza dove sia presente Colui che compie, affinché l’uomo possa essere sé stesso, come la ragione esige.

Questa Misericordia è, nella nostra esperienza di cristiani, la grandezza divina della Chiesa che si lega alla nostra umanità, anche per i “divorziati separati” che da questa appartenenza non sono affatto esclusi.

La misericordia ha già la meglio sul giudizio, poiché rende possibile quel che da soli non possiamo fare: la ricostituzione di quel che era stato distrutto.

Il problema è dunque ridire a tutti che non bisogna vergognarsi di Cristo, perché altrimenti si abbandona l’uomo, lo si lascia vagabondo tra la ragione e un dio, tra un limite oggettivo e un idolo soggettivo, anche se politically correct.

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