Silvia Romano non è ancora tornata a casa

Silvia Romano è una vittima. Vittima della violenza materiale di chi l’ha rapita e di chi l’ha tenuta in ostaggio per diciotto mesi. Vittima della violenza psicologica di chi l’ha manipolata approfittando della sua debolezza, alternando lusinghe a minacce, astuzie a brutalità. È stata circuita, abusata, spezzata dentro. Fino a farle credere di stare bene, di avere compiuto scelte libere, di avere trovato la sua vera identità.

Il personaggio in cui la vicenda del rapimento, le immagini del suo arrivo all’aeroporto di Ciampino e le sue prime parole l’hanno trasformata hanno già provocato due tipi opposti di reazione: l’ammirazione di chi ne fa un modello di generosità, coraggio e apertura mentale, un provvidenziale antidoto al razzismo strisciante o conclamato di tanti suoi connazionali; l’indignazione di chi ha visto in lei il prototipo della ragazza imprudente, le conseguenze delle cui azioni sventate e temerarie sono state pagate col denaro della collettività e saranno pagate con la vita dalle vittime dei terroristi che hanno incassato il suo riscatto.

Ma la reazione più sana, almeno fra gli adulti, almeno fra tutti quelli che dovrebbero riuscire a vedere in lei una figlia, doveva piuttosto essere la tristezza, l’angoscia, lo sgomento per quello spettacolo che spegneva sul nascere la gioia per la vita salvata di una ragazza. I terroristi non ci hanno restituito Silvia, ci hanno mandato un’altra persona. Silvia non c’è più: le hanno strappato e squartato l’anima, poi nel corpo intatto hanno installato un software standard. Restano le gestualità, i tic di prima, lo stesso modo di sorridere, ma il significato di quei gesti è stravolto dallo sguardo sul mondo che i carcerieri le hanno installato.

Per ora è così. Certo, le cose possono, debbono cambiare, l’amore della famiglia e degli amici – non l’ammirazione dei fan, non il disprezzo dei detrattori – può aiutare in modo determinante Silvia a ritrovare se stessa, a riportare a casa quell’anima gettata in pasto agli animali della savana, a ricomporla, a integrare gli strazi vissuti nel vero sé e non in quello che ha interiorizzato allo scopo di sopravvivere. Per arrivare a questo occorrerà tenerla lontana dalle telecamere, dalle interviste dei giornalisti famelici, dagli editori in cerca di bestseller. Compito improbo, alla luce della massa enorme di reazioni nevrotiche di opposto segno che si sono scontrate a produrre il ciclone di una polemica che ci accompagnerà a lungo.

Ma come fa un paese che ha avuto un Domenico Quirico prigioniero per cinque mesi dei jihadisti, che ha potuto ascoltare dalla sua voce e leggere nelle sue pagine impareggiabili il racconto delle pressioni e dei condizionamenti a cui un ostaggio è sottoposto, come fa a non capire cosa è successo a una ragazza di 24 anni che torna dalla prigionia indossando volontariamente la palandrana che è il simbolo dei suoi carnefici? Come fa a non rimanere ammutolito prima di qualsiasi altra considerazione? No, la parola per definire questo non è “ideologia”, la parola è “nevrosi”. Il compiacimento o la rabbia come prima reazione di fronte all’immagine di Silvia sorridente sotto la cappa dono dei suoi aguzzini sono nevrotici.

A questo punto qualcuno dirà che ho dimenticato di dire che Silvia è vittima anzitutto di se stessa, della sua noncuranza e della sua presunzione. Non sono d’accordo, e mi pare che questo giudizio riduttivo faccia il paio con quello stupidissimo di chi ha pensato di giustificare l’annunciata conversione all’islam della giovane donna dicendo (non a caso l’orribile Vauro è stato uno dei primissimi fra questi) “è una sua scelta personale, nessuno deve sindacare”. Tutti e due questi giudizi partono dal punto di vista individualista caro alla cultura liberal-radicale italiana: c’è l’individuo solitario e sciolto da ogni legame, che autonomamente fa le sue scelte, che sono scelte libere proprio perché le ha fatte senza dipendere da nessuno che non sia se stesso, proprio perché non deve conformarsi ad appartenenze collettive. Questa è una fallacia che i tenebrosi al-Shabaab somali hanno provveduto a smentire, per chi ha ancora orecchi per intendere: l’individuo solitario, hanno mostrato, è modellabile a piacere da chi si concepisce ed agisce collettivamente.

Nel corso delle mie missioni nel Vicino Oriente ho intervistato almeno una mezza dozzina di cristiani orientali, di diverse Chiese, un paio di loro sacerdoti caldei, che erano stati rapiti dai jihadisti e liberati dopo il pagamento di un riscatto. A tutti era stato chiesto di abiurare la propria fede, col sottinteso che sarebbero cessati i maltrattamenti di cui gli ostaggi dei jihadisti sono quotidianamente oggetto per tutto il tempo della prigionia (e che Domenico Quirico ha raccontato nel suo libro Il paese del male), e tutti avevano rifiutato. Ricordo un cristiano di Kirkuk (Iraq) della Chiesa assira orientale che era stato un mese nelle mani dei rapitori, tenuto sempre legato e incatenato, con una benda sugli occhi e un fazzoletto annodato intorno alla bocca, regolarmente picchiato per la difficoltà che aveva ad obbedire agli ordini. Sui polsi legati troppo strettamente si vedevano cicatrici, sul collo i segni delle infezioni causate dalla catena che da lì scendeva ai piedi.

«Queste cicatrici sui polsi non mi ricordano il rapimento, ma la volontà di Dio di salvare la mia vita», mi disse. «Volevano che mi convertissi, gli ho risposto che non avrei mai abbandonato la mia amata fede cristiana, e che ero orgoglioso di essa. Ho resistito grazie alla fede. Ho pregato per tutto il tempo ed ero certo che Dio sarebbe venuto in mio soccorso. Se le infezioni non mi hanno ucciso, è stato per un Suo miracolo». I vescovi mi raccontavano che si ricordavano di un solo caso di un cristiano che aveva abiurato durante la prigionia perché non sopportava più le torture dei suoi aguzzini. Tornato in libertà aveva chiesto di essere riammesso alla Chiesa, ma prima voleva essere purificato con un rito di espiazione che gli permettesse di superare la vergogna che provava per quello che aveva fatto.

Perché queste persone non abiuravano nemmeno per finta, nemmeno con riserva mentale pur di salvare la propria integrità fisica? Che cosa le spingeva a non cedere? Che cosa le rendeva non manipolabili, non plagiabili? “Una fede molto forte” è risposta generica e imprecisa. La verità è che io mi trovavo davanti a persone che vivevano la loro fede come appartenenza a una comunità umana investita di valore sacramentale, come appartenenza a un corpo mistico e sociale, e da questo nasceva un senso dell’onore e della lealtà che sovrastava la tentazione di rinunciare alla propria identità per salvaguardare la propria integrità fisica. Il sentimento di quei pochissimi che cedevano era la vergogna, sentimento eminentemente sociale. Il cristiano orientale si dichiara orgoglioso della propria fede: cioè trova un senso di pienezza nella sua appartenenza a un collettivo portatore di senso, cioè a una Chiesa.

Diversa e molto più fragile è la condizione degli occidentali, cristiani o non cristiani che siano, e più sono giovani, più sono fragili. L’individuo autonomo, che gestisce individualmente le proprie credenze e risponde solo a se stesso, che considera di maggior valore la libertà di cambiare idea e convinzione che non la fermezza in un ideale e la lealtà verso i fratelli riuniti da Dio in una Chiesa, è un soggetto dall’identità labile. È come una lavagna ricoperta di parole e cifre scritte col gessetto: si passa la cimosa, e sulla superficie tornata nera e vuota si può scrivere altro.

Racconta Domenico Quirico che la strada scivolosa verso la conversione passa per un gesto apparentemente innocuo che è la proposta fatta al prigioniero di cambiare il proprio nome cristiano con uno musulmano per semplice comodità comunicativa. Non so se Silvia sia diventata Aisha prima o dopo la cosiddetta conversione, ma il fatto che i jihadisti riservino una particolare attenzione alla questione del nome denota non solo la loro affinità con le culture semitiche, ma la loro solidità filosofica e finezza psicologica. Non è vero che il nome è puro suono, e che la rosa profumerebbe ugualmente se si cominciasse a chiamarla con un altro nome: nome e cosa, nome e persona coincidono. Il nome ha portata ontologica, rivela l’intima essenza della persona, manifesta il suo essere. Togli il nome, togli la persona. Imponi un nuovo nome, e avrai una persona nuova, sarà come una seconda nascita. Silvia non è ancora tornata a casa, Silvia non è ancora stata liberata. Dovremo lottare per riaverla. E stavolta non coi terroristi, ma con noi stessi.