Senza calcio per due o tre anni. Quello di Monti è paternalismo elitario

Una selva di reazioni negative ha accolto la proposta di Mario Monti di rinunciare al calcio «per due o tre anni». Negative nel merito della faccenda. Un coro di no è risuonato da un mondo del pallone che vede messa in discussione la propria attività agonistica, oltre che il proprio legittimo diritto ad ottenere profitto dallo showbiz del calcio.

Il presidente del Consiglio, incauto più che provocatorio, suggerisce una soluzione che banalizza un problema estremamente complesso e stratificato. E come tutte le idee che vorrebbero risolvere semplicisticamente questioni complicate, ha polarizzato il dibattito fra entusiasti e scandalizzati.

Monti ha colto nel segno: i tempi sincopati e la fragilità del (non) accertamento delle responsabilità di cui si fa latrice la giustizia sportiva, richiederebbero una pausa di riflessione maggiore di quella che si prenderanno coloro che dovranno comminare le pene sportive ai coinvolti nelle indagini. Anche a costo di andare oltre i termini fissati per l’inizio del campionato.
Il problema è che non se ne è accorto. Il commander in chief dell’esecutivo dei tecnici ha motivato la sua boutade come una soluzione che «gioverebbe alla maturazione dei cittadini italiani». In poche parole, senza il rito tribale della domenica sportiva, a detta del premier tutto il paese potrebbe correre libero e felice verso il sole dell’avvenire.

Tralasciando la questione economica, si potrebbe anche discutere su quale effetto potrebbe avere l’eliminazione del calcio dal palinsesto televisivo per qualche decina di mesi. Ma forse la preoccupazione pedagogica del premier è arrivata, questa volta più di altre, là dove non doveva arrivare. Un paternalismo elitario che dica cosa occorre per la maturazione delle menti della meglio gioventù è affare più da scuola primaria che da presidenza del Consiglio.

Al punto da ritenere preferibile un premier che silurava il commissario tecnico della nazionale perché non arrivava il bel gioco, a uno che si permette di sindacare sul pomeriggio pantofolaro di riposo di corpo e mente quale molesta abitudine che squalifica il coté intellettuale del paese.
Insomma, non sarebbe preferibile che Monti vestisse i panni dell’energico decisore pubblico, piuttosto che del sapido moralizzatore privato?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •