Non si può non sentirsi gioiosamente coinvolti nelle opere degli amici

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Caro padre, don Luigi Giussani diceva che «un’opera è di chi la fa». Credo sia giustissimo, ma alcune persone, davanti alla difficoltà di portare avanti un’opera iniziata bene, usano questa frase per lavarsene le mani e dire “sono fatti suoi”, “doveva pensarci prima”, eccetera. Sinceramente mi duole ascoltare queste cose. Vorrei un suo giudizio.

Paolo

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Ti ringrazio amico caro perché tocchi un tasto che mi ha fatto soffrire ed è tuttora una spina nel fianco. Ricordo come don Giussani gioiva quando qualcuno gli raccontava di un’iniziativa: era sempre positivo e incoraggiante. Chi tra coloro che hanno la mia età non ha presente come parlava della fabbrica di caramelle in Calabria? Con quanto affetto parlava del Meeting e dei suoi organizzatori! E Il Sabato? Non voglio esagerare, ma era come la pupilla dei suoi occhi perché vedeva in quest’opera un tentativo ironico di giudicare quanto accadeva, partendo dall’esperienza di fede degli amici che l’avevano messo in piedi.

Tante altre opere sono terminate, ma per Giussani quello che per molti era un fallimento non era affatto tale. Per lui tutto faceva parte di quel “tentativo ironico” di vivere la realtà partendo dall’esperienza comunionale della fede. Può darsi – è accaduto anche a Gesù con Giuda – che qualcuno abbia usato il suo nome per fare i propri interessi, ma il Gius ci ha sempre ripetuto che l’opera è di chi la fa, e come era felice nel vedere i frutti dei suoi figli, così soffriva quando veniva a conoscenza che non era più la fede, l’Avvenimento cristiano, il punto originante e consistente di un’opera.

Dicono: “L’opera in Paraguay è di padre Aldo”, ma se uno venisse a conoscerla con cuore semplice non potrebbe non dire, come papa Francesco, «che grande opera di Dio c’è laggiù!». È un bel problema per quelli che alcuni anni fa mi dissero: «Noi non abbiamo nulla a che vedere con tutto questo, padre Aldo. L’opera è tua, anche perché hai fatto di testa tua ignorando i nostri suggerimenti». Caro amico, ti sembrerà strano, ma quasi nessuno di coloro che vivono la mia stessa esperienza di fede ha varcato mai la soglia di un’opera che il Papa ha definito non “di padre Aldo”, ma “di Dio”.

Spesso mi è stato chiesto se c’è un soggetto comunionale che la porta avanti. Rispondo: mi hanno mandato in Paraguay in compagnia di padre Alberto per non perdere chi amavo, non esisteva neanche l’ipotesi di ciò che Dio ha poi generato servendosi di questo poveraccio. Il soggetto comunionale (parole difficili) è sempre stato Dio e me… poi nel tempo si sono aggiunti altri poveracci, finché è nata la Fondazione San Rafael. Qualcuno mi domanda: e quando morirai, cosa succederà? Non è un problema mio ma di Colui che ha iniziato l’opera e – questo è il punto più delicato – della libertà di coloro che in questo momento camminano con me. Il futuro mio e dell’opera è questo presente. E poi dove sta scritto che un’opera è vera se ha una continuità? L’unica opera che va oltre lo spazio e il tempo è il corpo mistico di Cristo, è la Chiesa.

Dio ci ha creati impresari
Il problema è l’istante, la mia relazione con il Mistero nello spazio e nel tempo che mi è dato di vivere, non quello che succederà dopo la mia morte. Mio padre quando poteva investiva i soldi comprando terreni. Lo faceva prima di tutto perché era un uomo innamorato dei pascoli, degli animali e dei boschi delle Prealpi feltrine, e poi per garantire il futuro dei figli. Con suo grande dolore, però, nessuno di loro aveva interesse per quelle cose. Hanno scelto tutti professioni che non hanno nulla a che vedere con pascoli e boschi. Significa che mio padre ha fallito nella sua opera?

Dio ha creato l’uomo impresario, è il peccato originale che l’ha ridotto a un proletario. Il fallimento di un’opera accade solo quando l’Io perde la coscienza di essere relazione con il Mistero, mentre se questa è la certezza che muove la nostra vita, un’opera può terminare e lasciare il posto alla nascita di un’altra. Lo dico perché lo vivo oggi sulla mia pelle.

Perciò è verissimo che «l’opera è di chi la fa», ma io non posso non sentirmi gioiosamente coinvolto, nell’aiuto e nella correzione, quando il protagonista di un’opera rischia di perderne di vista la ragione ultima, che è la gloria di Dio.

paldo.trento@gmail.com

Foto Ansa

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