Segni di primavera (e un istinto di colori nuovi)

Milano, 29 marzo. Benché faccia ancora così freddo, e piova, gli alberi sui viali della circonvallazione hanno messo piccolissimi germogli di un verde molto chiaro. E quando è ancora notte, prima dell’alba, dal cortile canta insistentemente un uccello, che fino a pochi giorni fa taceva. A occhi aperti nel buio lo ascolto e mi commuove che canti così – tacendo a tratti, come aspettando una risposta – quando ancora il mondo attorno è oscuro e freddo.

In realtà trovo così belli questi giorni di vigilia, dei segni appena accennati di primavera che bisogna cogliere, stando molto attenti, nella cappa di un inverno che non se ne vuole andare.

In casa, poi, in questo momento dell’anno mi succede di alzare gli occhi alle pareti, alle tende, e di accorgermi dei colori spenti dalla polvere, dei soffitti ingrigiti. Allora una irrequietezza mi prende: voglia di imbiancare, ridipingere, lavare, fare chiara ogni cosa. E il balconcino con la fuliggine sulla ringhiera, e i due vasi di gerani morti, poveretti, di freddo? Quasi una furia gentile: pulire, buttare via, comprare nuovi fiori appena usciti dal vivaio; e alacremente trapiantarli in vasi di coccio, che riempio di terra nera e buona. (Non senza gettare un’occhiata di rimprovero all’albero davanti a casa, ancora ostinatamente spoglio).

Che cos’è questo istinto, questa ansia di cose linde, di colori nuovi? Mi piace una domenica dedicata a questo lavorio domestico e femmineo – mio marito mi guarda, e non capisce. Cos’è? Mi fa venire in mente, l’altro giorno sull’autostrada del Sole, esattamente al chilometro 60 da Milano, su due alberi ancora nudi, due gazze. Le ho notate, passando, perché si sono posate simultaneamente assieme; sembravano una coppia di coniugi in cerca di casa. Si guardavano attorno, come valutando: che dici, qui può andare? E c’era un nido abbandonato su quei rami, un vecchio ben fatto nido, ancora robusto. E mi sono immaginata, mentre correvamo verso Milano, la signora gazza intenta a ripulirlo, a ripararlo con sapienti colpi di becco.

Cos’è dunque? È istinto di nidificazione, che prende, quando il sole si alza e schiarisce il cielo. Animali e uomini – o forse soprattutto le donne, per una faccenda antica: il nido, è loro, da loro viene la vita che il nido dovrà custodire.

Di modo che mi piace sentirmi come una gazza, mentre caparbiamente spolvero angoli polverosi, e tiro giù e butto in lavatrice le tendine, che hanno da essere candide. E sulla scrivania dello studio contemplo sorridendo i gatti di casa che, come si fossero dati appuntamento, beatamente si godono l’unico raggio di sole che è riuscito a bucare la cortina delle nuvole. E in quella luce già del tutto altra socchiudono gli occhi e li riaprono, pigri, le pupille a fessura; mentre il ronfare delle loro fusa saluta il dio sole, che, dall’inizio del mondo, la loro stirpe devotamente adora.

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