«Se vince Le Pen è peggio di una vittoria di Putin». Letta non governa nemmeno le parole

Enrico Letta
Il segretario del Pd Enrico Letta (foto Ansa)

Sul sito di Tgcom si scrive: «“Nessuno vuole negoziare con una persona o con persone che hanno torturato la nostra nazione. Questo è comprensibile. Come uomo, come padre, lo capisco molto bene”. Così il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ma “noi non vogliamo perdere le opportunità, se le abbiamo, di una soluzione diplomatica”, ha aggiunto. “Noi dobbiamo combattere, combattere per la vita. Non puoi combattere per la polvere quando non c’è nulla e non ci sono persone. Per questo è importante mettere fine a questa guerra”».

Le nobili parole di Zelensky mettono in luce due ragioni in parte contraddittorie: il sacrosanto diritto del popolo ucraino di difendersi da un’aggressione e la ricerca di una via per la pace. È evidente come Kiev non possa superare da sola questa contraddizione. Può cercare un accordo ma deve resistere. Molta responsabilità invece è degli Stati Uniti che devono decidere se combattere per la disgregazione della Russia fino all’ultimo ucraino o se indicare una via per una qualche realistica trattativa.

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Su Open si scrive: «Inviti di diverso stampo sono stati fatti dalla candidata socialista alle elezioni presidenziali francesi e sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, e dalla candidata dei Républicains, la presidente dell’Ile-de-France, Valérie Pécresse: entrambe, che hanno raggiunto percentuali troppo basse per essere ammesse al ballottaggio, hanno invitato i loro elettori a sostenere Macron nel prossimo turno di votazioni, il prossimo 24 aprile, “perché la Francia non cada nell’odio del tutti contro tutti”, ha aggiunto Hidalgo. Una chiara presa di posizione contro Le Pen, che Pécresse ha accusato di essere “vicina a Putin”. Il candidato della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, arrivato terzo al primo turno, in vista del ballottaggio del 24 aprile ai propri sostenitori ha rivolto un unico chiaro messaggio, ripetuto più volte: “Noi sappiamo per chi non voteremo mai. I francesi sanno cosa fare, sono capaci di decidere cosa devono fare. Non dovete dare un solo voto a Marine Le Pen”, senza dunque dare indicazione esplicita di voto per Macron. Il candidato di estrema destra Éric Zemmour, che ha ottenuto circa il 7 per cento dei voti, ha dichiarato: “Ho molti disaccordi con Marine Le Pen, ma davanti a lei c’è un uomo che ha fatto entrare milioni di immigrati e che farà di peggio se sarà rieletto. Faccio appello ai francesi a fare muro contro Emmanuel Macron, al ballottaggio invito quindi a votare per Le Pen”».

In un mondo in cui tutto si tiene, assumono particolare rilevanza le elezioni francesi che hanno visto andare al ballottaggio Emmanuel Macron con il 27,6 per cento di voti, contro la sfidante che sarà Marine Le Pen, che ha preso il 23,4. È abbastanza probabile una vittoria del presidente in carica contro una candidata del Rassemblement national che viene considerata, con buoni argomenti, una scelta piena di incognite. Diversi però i fattori da tenere presente: Macron ha distrutto il sistema politico preesistente (i socialisti sono sotto il 2 per cento e i gollisti sotto il 5), svuotando il bacino di voti che lo aveva fatto vincere nel 2017. Ha contro una parte fondamentale dello Stato, il cuore dell’esercito, che dall’Africa al Medio Oriente lo accusa di inconsistenza politica. Non ha più una partner come Angela Merkel e fa i conti con Olaf Sholz, che guarda agli Stati Uniti più che a Parigi (vedi scelte per gli aerei da combattimento). Non è riuscito a contenere la feroce aggressività russa e non ha ottenuto da Washington né rispetto né reale condivisione degli obiettivi strategici. Deve fare i conti con un elettorato popolare molto malcontento e con un pericoloso voto delle campagne (vedi anche elezioni ungheresi). Mentre dunque è ragionevole augurarsi, nell’attuale drammatico scenario, un voto stabilizzante anche per un presidente uscente così debole, non mi pare, d’altro lato, sensato prevedere scenari apocalittici in caso di una diversa scelta dei cittadini francesi.

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Su Fanpage Annalisa Cangemi scrive: «La Polonia ha convocato l’ambasciatore di Parigi a Varsavia dopo che il presidente francese Emmanuel Macron ha attaccato il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, definendolo un “antisemita di estrema destra”. La notizia è stata data dal portavoce del ministero degli Affari esteri, Lukasz Jasina. Nei giorni scorsi il leader dell’Eliseo in un’intervista a Le Parisien aveva replicato duramente alle critiche del capo del governo di Varsavia, che si era espresso sui suoi colloqui telefonici con Vladimir Putin, giudicandole “infondate” e “scandalose”. Secondo Macron, Morawiecki è un “un antisemita di estrema destra”, che vuole aiutare Marine Le Pen a vincere le elezioni presidenziali francesi. In seguito alle dichiarazioni il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, ha deciso di convocare l’ambasciatore francese a Varsavia».

Ecco un esempio di dichiarazione “apocalittica” fatta da un Macron, un po’ scosso dalla campagna presidenziale, che accusa senza freni una Polonia che al momento è uno dei principali baluardi della resistenza all’aggressione russa all’Ucraina.

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Su Huffington Post Italia Enrico Letta, riferendosi all’ipotesi di una vittoria di Marine Le Pen alle elezioni in Francia, dice: «Sarebbe una vittoria molto maggiore per Putin che conquistare l’Ucraina».

Ecco un esempio di un’altra di quelle dichiarazioni apocalittiche (se vince la Le Pen è peggio che se Putin conquista Kiev) che andrebbero evitate. È vero che ormai la politica negli Stati dell’Unione è largamente comune, è vero che il fastidio per il voto popolare dal 2011 è molto diffuso nella sinistra italiana, è vero che Letta è un prefetto inviato da Macron a presiedere il Pd. Tutto questo è vero, però il ragionevole governo delle parole, e anche il rispetto per le sofferenze del popolo ucraino, richiederebbero un linguaggio più composto.

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Sulla Zuppa di Porro Michael Sfaradi scrive: «Nel giro di pochi giorni la popolazione israeliana ha subìto quattro attentati terroristici: il primo a Beer Sheva, la capitale del Negev, poi a Hadera, piccola città a sud di Haifa, zona famosa per il fatto che le comunità ebraiche, arabe e di altre minoranze convivono senza troppi problemi. A seguire sono state colpite Bnei Barak, città abitata principalmente dalle comunità religiose ebraiche che seguono la filosofia Haredì e poi, nella serata del 7 marzo è toccato a Tel Aviv. Alla fine di questa serie di attentati il conteggio del sangue è pesante, infatti al momento sono quattordici le persone che hanno perso la vita e decine i feriti di cui diversi versano in gravi condizioni negli ospedali. Inutile ribadire, basta avere un minimo di onestà intellettuale per rendersene conto, che quando le vittime sono israeliane le notizie vengono sempre riportate in maniera parziale e condite di se, di ma e di immancabili però che stanno a giustificare, probabilmente caso unico al mondo, il terrorismo nella sua faccia più truce».

Al contrario di quel che predicano politici e commentatori che si dedicano solo alla retorica e alla propaganda, il mondo – come già si ricordava – è ancora una realtà complessa nella quale ai conflitti in Ucraina corrispondono atti di violenza in altre parti del pianeta, parti dove i russi, nonostante tutto, hanno o almeno hanno avuto talvolta una funzione persino di stabilizzazione. Pensare di isolare una crisi come quella ucraina è irrealistico e per questo motivo vanno cercate soluzioni che circoscrivano il conflitto.

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Su Affaritaliani si scrive: «La Cina ha accelerato l’espansione del proprio arsenale nucleare, dopo avere modificato la valutazione sulla minaccia rappresentata dagli Stati Uniti. Lo scrive in esclusiva il Wall Street Journal, citando fonti a conoscenza degli intendimenti della leadership cinese».

Ecco un’altra notizia che ci ricorda come abbiamo a disposizione un solo pianeta e come una guerra nucleare lo possa devastare.

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Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «Questo precipitarsi nell’abisso è sconvolgente e non certo foriero di capacità diplomatiche in grado di alimentare un processo di cessate il fuoco e di intensificazione delle trattative per porre fine alla guerra e alle atrocità seguite all’aggressione russa all’Ucraina e alle battaglie sul campo che ne sono seguite da parte degli aggrediti».

Tornando allo scenario ucraino, questa è la situazione.

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Su Strisciarossa Paolo Soldini scrive: «È evidente che c’è una spaccatura in seno alla comunità occidentale tra chi ritiene che l’unica strada sia quella di inviare armi nella speranza che la resistenza degli ucraini faccia impantanare nella guerra Putin e chi cerca una strada che porti ad accordi che facciano finire il conflitto armato il più presto possibile. La missione a Kiev di Ursula von der Leyen e di Josep Borrell sembra indicare che le istituzioni europee hanno scelto la seconda opzione».

In un sito di ex comunisti legati alla loro tradizione, rimane viva la propensione all’analisi realistica delle situazioni e dunque l’attitudine a individuare gli spiragli per soluzioni alle crisi, e non gli argomenti per allargarle.

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Sul Sussidiario il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando operativo di vertice interforze e della Brigata Folgore in numerosi teatri di guerra, dalla Somalia al Kosovo e all’Afghanistan, commentando alcune dichiarazioni di Volodymyr Zelensky dice: «Non si capisce se per trattativa intende chiedere che Putin si arrenda, ma se è così si illude. Se invece intende una vera trattativa, dovrà rinunciare a qualcosa, e questo qualcosa, ritengo, sono appunto il Donbass e il corridoio verso la Crimea. Quello che Putin vuole».

In una stagione in cui tra gli uomini politici e di Stato tende a prevalere la retorica e la propaganda, spesso si leggono dichiarazioni di generali che hanno mantenuto il senso della realtà.

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Su Formiche Dario Quintavalle, esperto internazionale in cooperazione allo sviluppo che ha lavorato in Ucraina e Moldova alla riforma della giustizia, scrive: «Aveva un bel dire Barack Obama, quando definiva la Russia una semplice “potenza regionale”: se la “regione” si estende su due continenti e l’Artico, va presa sul serio. La Russia è un paese continentale dal clima rigido che nella sua storia ha sempre cercato sbocchi al mare: San Pietroburgo, Odessa, Sebastopoli. Se i russi d’estate si affollano sulle scogliere della Crimea, è perché le loro spiagge più lunghe si affacciano sul Mar Glaciale Artico. Ed ecco che il suo scongelamento apre inedite prospettive: già oggi è ipotizzabile far navigare merci dalla Cina all’Europa sulla rotta polare. Quello che è l’incubo dei paesi temperati potrebbe essere la sua fortuna: più spazi per l’agricoltura, minori difficoltà nell’estrazione di minerali e di altre materie prime in Siberia. Dal cambiamento climatico ha solo da guadagnare. Difficile pensare di risolverlo senza il suo concorso, visto che è anche il 4° paese produttore di gas serra a livello mondiale. Pensiamo alla Russia come un petrostato, dipendente dalla vendita di energia (una “stazione di servizio mascherata da paese”, disse John McCain). Invece già oggi, grazie alle sanzioni, l’export del suo settore agricolo è da record. Figuratevi un domani».

Ecco un altro punto di vista che aiuta a farsi un’idea realistica di che cos’è oggi la “questione russa”.

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