Se il cuore della nostra unione è Cristo, neanche il cancro può separarci. Matrimonio in clinica

padre-trento-jpg-crop_displayCari amici, ogni volta che faccio la processione con il Santissimo (due volte al giorno: alla mattina e alla sera), più la Santa Messa alle 12.30, mi trovo a chiedermi: che cosa è la libertà?

La malattia cammina, impedendo alla mia volontà di muovermi come nel passato. Faccio un sacco di tentativi e mi ritrovo non più libero come prima. La volontà, un tempo molto decisa, adesso non mi risponde più. Io voglio, ma il corpo non risponde. Mi sembra, soprattutto alla sera, di essere prigioniero di un blocco di marmo. E allora qual è l’unica libertà che mi rimane? Quella di riconoscere la presenza del Mistero: «Io sono Tu che mi fai».
Piano piano, il Santissimo cammina con i miei passi. Tengo l’ostensorio appoggiato alla mia fronte, così lo sforzo diventa più leggero e io mi sento avvolto della Sua presenza, non mi arrabbio e offro tutto guardando al mio dolore come a una grazia. Non posso vivere senza Gesù sacramentato. Che bello: la libertà non è scegliere ma riconoscere.

Questa posizione è fonte di grazia per tutti. Domenica ho celebrato il sacramento del matrimonio tra un paziente terminale e la sua compagna (foto sotto). I medici dubitavano che lo sposo potesse alzarsi dal letto e con la sedia a rotelle raggiungere la cappella. Invece ci è riuscito: era così forte l’amore per la sua compagna che è stato in grado di portare a termine il suo desiderio. Non solo: durante la festa realizzata nel salone della clinica ha ballato per alcuni minuti.

Vedere la felicità di quegli sposi novelli – di cui uno “condannato” a morire se non interviene un miracolo – testimonia che neanche il cancro è più forte di Gesù. Questo sposalizio deve essere un richiamo ai tanti matrimoni che finiscono proprio perché il cuore della loro unione non è Cristo. Amici, la vita è una lotta e se non facciamo esperienza di Gesù tutto crolla, anche gli amori apparentemente più forti.

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La comunità, giorno dopo giorno
Fernando ha 14 anni. Un cancro precoce ha obbligato i medici a tagliargli la gamba destra, dall’inguine in giù. Immaginatevi la disperazione sua e di sua madre. Da un mese è con noi. A volte ha dei dolori forti che lo fanno piangere. Eppure quando faccio la processione con il Santissimo lui con la sedia a rotelle mi segue, saliamo assieme sull’ascensore e insieme entriamo nelle stanze. La processione a volte è un po’ lunga perché “dipende” dalla mia gamba sinistra, ma lui è felice. Quando saliamo sull’ascensore mi chiede sempre una pizzetta fatta nella pizzeria della fondazione. Lo fa con una tenerezza che, medici o non medici, alle 19.30 quel pezzo di pizza arriva nelle sue mani. Oggi ha fatto un disegno di un cero e sopra ha scritto: Gesù è la luce.

Oggi sono arrivati nella casetta di Betlemme due bambini: uno di un anno e l’altro di un anno e mezzo. Ieri sera il nuovo arcivescovo di Asunción ha detto la Messa nella parrocchia e fatto l’incontro con gli “agenti pastorali” e ha detto: «Questa parrocchia e l’orgoglio della diocesi». Una cosa bella, soprattutto per me: una specie di regalo per festeggiare i miei 25 anni di presenza in Paraguay (8 settembre 1989 – 2014).

Amici, vi chiedo di pregare perché possa portare questa croce, regalo che Dio mi ha messo sulle spalle. Il nuovo arcivescovo ha riconosciuto che c’è un popolo che cammina e ama questa opera che non solo nessuno è riuscito a distruggere, ma con l’aiuto della Madonna è diventata sempre più stabile. Come è vero anche per noi quanto ha detto Gamaliele negli Atti degli apostoli: «Se quest’opera è di Dio nessuno riuscirà a distruggerla, se non lo è cadrà da sola». Ormai sono già dieci anni che esiste e resiste dentro tutte le normali difficoltà della vita quotidiana.

paldo.trento@gmail.com

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