Scuola. «Il ministro faccia chiarezza sui corsi all’affettività»

gender-sh-98453501Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha annunciato che «entro la prima metà di ottobre» verranno presentate le linee-guida del comma 16 della legge 107, la Buona scuola, relative all’attivazione di percorsi educativi di lotta alla “discriminazione per orientamento di genere”.

Ancora una volta dobbiamo rinnovare la richiesta di fare chiarezza assoluta riguardo ai contenuti, prima che tali percorsi vengano implementati. Non è infatti ammissibile che, utilizzando il nobile scopo della lotta alle discriminazioni, al bullismo e al violenza contro le donne, si propongano percorsi educativi che educhino alla libera scelta dell’identità di genere, come trapelerebbe da alcune indiscrezioni di stampa risalenti allo scorso luglio e mai smentite. Rilanciamo inoltre la richiesta di ufficializzazione del consenso informato preventivo per affermare il diritto del primato educativo dei genitori.

Ci preoccupano anche le dichiarazioni del ministro Giannini riguardo l’obbligatorietà di formazione per docenti su tematiche etiche così sensibili. Lo stesso Ministro ha infatti detto che sarà insegnato ai professori «come parlare di amore in classe» e ha annunciato che parte dei 40 milioni stanziati per la formazione saranno dedicati all’educazione all’affettività. Si tratta di cifre importanti che potrebbero essere utilizzate per altre emergenze che incombono sulla scuola italiana. Vorremo a tal proposito sapere come e quanti soldi verranno investiti ad esempio sull’emergenza linguistica di bambini immigrati che non hanno nessun supporto in classe; quanto verrà investito in ordine alla sicurezza di edifici scolastici fatiscenti in zone ad alto rischio sismico; quanto verrà speso per i bambini con disagi e difficoltà non riconosciute e quale sostegno verrà offerto ai professori che operano in classi affollate e in aree afflitte da forte disagio socio-economico.

Ribadiamo infine l’assoluta centralità del diritto di scelta dei genitori e l’assunto culturale che nel nostro Paese ‘genere’ significa ‘sesso’ – quindi, due generi, due sessi – deve tradursi nell’adozione di strumenti procedurali concreti, che abbiamo già proposto al Miur.

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