L’urgenza di sciogliere questo Parlamento trasformato in tonnara dai grillini

L'aula di Montecitorio

Su Atlantico quotidiano Musso scrive: «Draghi attende che la maggioranza si divida su un solo qualunque candidato (che il suo “esercito” provvederebbe comunque a sabotare), per anticipare (formalmente o informalmente) le proprie dimissioni e rendersi plasticamente disponibile per il solo Quirinale. Sarebbe la “giornata dell’avventuriero”: la stampa amica farebbe scattare il panico e l’esercito di Draghi improvvisamente si allargherebbe. Abbastanza per eleggerlo? Non si sa, ma abbastanza per convincere il nostro a provarci: egli è un avventuriero e si gioca il tutto per tutto». Invertendo la famosa formula di Polonio su Amleto, «c’è del metodo in questa follia», si può dire che nel “metodo” di Musso per analizzare la situazione italiana ci sia solo “follia”. Mario Draghi è tutto, proprio tutto (anche molte delle cose che gli attribuisce Atlantico quotidiano), tranne che un avventuriero. È un economista di qualità, un civil servant poi divenuto uomo dell’establishment internazionale con un particolare rapporto con gli Stati Uniti (sia con la Casa Bianca sia con la finanza): la vera questione da esaminare è se queste caratteristiche lo rendano compatibile con una razionalizzazione della politica italiana. Se sì, bisogna mandarlo al Quirinale dove potrà svolgere un ruolo da regista, cercando poi di ridare voce alla politica. Se no, bisognerebbe avere un’alternativa, ma questa al momento è rappresentata solo da “cadaveri politici” e da veri avventurieri.

Su Formiche Federica De Vincentis scrive: «Nel quale non poteva non essere menzionata anche l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, una vita professionale trascorsa alla Farnesina e da pochi mesi impegnata a dirigere il dipartimento delle Informazioni per la sicurezza. Apriti cielo. È bastato che qualche giornale facesse il suo nome perché riaffiorassero polemiche circa l’opportunità di avere una figura dell’intelligence al vertice delle istituzioni. La questione, evidentemente, è delicata e merita una analisi meno improvvisata». In Italia l’estrema necessità di mantenere un’area di informazione non conformisticamente allineata al politically correct spinge non di rado questa “area” a spararle grosse per distinguersi. Una delle stupidaggini più singolari è quella di paragonare la Belloni a Yuri Andropov. Chi vuole opporsi al conformismo oppressivo imperante dovrebbe almeno ricordare un George Bush sr, direttore della Cia prima che vice di Ronald Reagan, o il magnifico Mike Pompeo, anche lui passato da Langley a segretario del dipartimento di Stato.

Sul Sussidiario Antonio Fanna scrive: «Unico problema di Letta: l’alleato Conte non vuole Draghi al Colle, meglio resti a Chigi. L’ex premier (e Grillo con lui) direbbe sì al Mattarella bis, come tutti i 5 stelle, ma il Mattarella bis avrebbe il no del centrodestra. Sembra proprio che la palla sia di nuovo nella metà campo di Letta, Conte e Speranza. E sta a loro calciarla». Unico problema del centrodestra è: perché Matteo Salvini si oppone a una candidatura Draghi a capo dello Stato? Si comprendono, ma fino a un certo punto, le ragioni psicologiche e parapolitiche di Silvio Berlusconi che da una situazione divenuta trasparente dopo il trasferimento dell’attuale premier al Quirinale vedrebbe svanire qualsiasi ruolo da ago della bilancia. Ma perché Salvini dice no? Perché non studia anche una possibile via per combinare emergenza e voto anticipato? Solo per paura e invidia verso Giorgia Meloni?

Sul Sussidiario s’intervista Carlo Jean sull’atteggiamento verso la Russia del governo Draghi, che avrebbe compiuto «una mossa davvero pericolosa e poco corretta. Gli americani non la gradiranno e potrebbero arrivare a muovere sanzioni alle nostre aziende: su queste cose gli Stati Uniti non scherzano». Ecco ulteriori risultati di non avere un governo politico e di avere un ministro degli Esteri improvvisato.

Sul Sussidiario Paola Binetti scrive: «Il fatto è che a Letta sta a cuore solo un’operazione, l’unità del centrosinistra, e la presunta condivisione di nomi e strategie cozza con i fatti concreti, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti». Un ulteriore problema è che Matteo Salvini con il suo atteggiamento puramente propagandistico dà una bella mano a Lettino.

Su Formiche Francesco Bechis riporta una frase di Lucio Caracciolo: «Il nostro peso nella partita è relativo. C’è un motivo se l’Italia ha dovuto abbandonare il South Stream, mentre per il Nord Stream la Germania ha ricevuto il via libera. Ora lavoriamo sui rapporti con i partner europei, Francia e Germania in testa, e difendiamo i nostri interessi». Caracciolo ricorda un altro regalo, oltre alla guerra libica, che il commissariamento della nostra politica da parte di Giorgio Napolitano ha fatto all’Italia: l’abbandono del South Stream.

Su Affari italiani si riporta questa dichiarazione di Matteo Salvini: «Continuo a ritenere, come la stragrande parte degli italiani, che Draghi sia prezioso nel suo ruolo di regista, di coordinatore, di collante di una coalizione di governo amplissima». In quel richiamare “l’opinione della stragrande parte degli italiani” c’è tutta la morisizzazione di Salvini. Un leader deve tener conto della stragrande maggioranza dei suoi elettori per guidarli verso sbocchi costruttivi. Altrimenti facciamo Nicola Piepoli, Nando Pagnoncelli o, ancor meglio, la magnifica Alessandra Ghisleri segretari di quel che resta dei partiti italiani.

Su Affari italiani si raccoglie questa dichiarazione di Luigi De Maio: «Quirinale, è importante l’ampia condivisione». È dai tempi di Massimo Catalano in Quelli della notte che non avevamo uno statista (statisto?) così.

Su Huffington Post Italia Giulia Belardelli scrive: «Alla fine – al terzo giorno di maratona Quirinale, con la minaccia d’una guerra alle porte d’Europa – il patatrac italiano sulla crisi tra Russia e Ucraina c’è stato. La scelta di non rimandare l’incontro virtuale tra le aziende italiane e il presidente russo Vladimir Putin – colui che ha mobilitato circa 150 mila soldati a minacciare l’Ucraina – difficilmente poteva non diventare un caso». Due considerazioni: la nostra borghesia industriale ha una grande difficoltà ad assumersi un ruolo nazionale, in tutte le vicende tende a pensare in “piccolo”. Naturalmente è ulteriormente spinta a questo atteggiamento dal commissariamento della politica. Ecco un altro motivo per cui si deve andare a votare al più presto possibile.

Su Startmag Francesco Damato scrive: «I più confusi, disorientati e quant’altro sono proprio i grillini, che si agitano in quella tonnara che nelle loro mani è diventato il Parlamento, dove la paura delle elezioni anticipate prevale su ogni altra considerazione». Una descrizione magistratuale dei motivi per cui questo Parlamento va sciolto al più presto (e degli errori di Mattarella di non averlo fatto tra il 2018 e il 2019).

Sugli Stati generali Jacopo Tondelli scrive: «La tentazione pigra di arrendersi all’impossibilità di dare a lui un successore, forzando la mano fino a ottenere una sua disponibilità, sarebbe la certificazione di un fallimento del sistema politico e in definitiva democratico dell’Italia come nazione. Non sarebbe illegittimo, costituzionalmente, ma sarebbe invece drammatico politicamente. La questione non sembra preoccupare nessuno, che un paese allenato alle anomalie sembra non accorgersi più di come si possa perfino fare di più, e fare peggio. Eppure, questo finale andrebbe scongiurato con ogni forza, perché sarebbe l’ennesimo passo verso la fine di ogni residua credibilità della politica. Il fenomeno peraltro travolgerebbe anche il presidente della Repubblica, e in questo caso uno dei più amati e stimati dai cittadini, perché sarebbe difficile far dimenticare la risolutezza con cui un bis era stato da lui stesso escluso. A tacer d’altro, sarebbe solo il tentativo, un po’ patetico, di rinviare di qualche mese l’appuntamento con le elezioni e con il destino di un paese e di una classe politica. Le due cose, in buona parte, coincidono, e speriamo di non dover aggiungere: “purtroppo”». Perfetto. Altrettanto pericoloso sarebbe eleggere Pier Ferdinando Casini. Il problema non è il “tradimento”, categoria che non fa parte della politica (Talleyrand osservava che perlopiù è una questione di date), ma l’autorevolezza: un politico che costruisce la sua seconda vita come leader dell’alternativa alla sinistra, e finisce eletto dalla sinistra come alternativa al berlusconismo, può meritare il nostro rispetto: la storia insegna molto. Ma non la nostra fiducia: chi ha fatto un grande errore può diventare un ottimo testimone dei tempi, magari anche una figura laterale utile per l’esperienza accumulata, ma non tornare un protagonista. Non è credibile.

Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «Una cosa si può già dire fin da ora: il centrodestra si è suicidato e, pur non avendo i numeri per eleggere da solo un suo candidato, avrebbe potuto far valere, se compatto al suo interno, la sua prevalenza numerica sul centrosinistra. Invece, l’iniziale ostinazione su Berlusconi e i contrasti delle ultime ore favoriscono la sinistra, che ne uscirà comunque meglio». Ecco una considerazione non priva di realismo.

Su Affari italiani si scrive: «Questo promette Emmanuel Macron a Vladimir Putin. I due si parleranno venerdì mattina al telefono, lo ha voluto l’Eliseo, e il Cremlino ha accettato». Ma chi cavolo crede di essere questo Macron? Franco Frattini?

Su Fanpage si scrive: «Gli italiani sono sempre più europeisti, ma vogliono contare maggiormente nelle scelte delle istituzioni comunitarie. Secondo lo speciale Eurobarometro, il maxi-sondaggio realizzato in ognuno dei paesi membri, pubblicato dalla Commissione europea sul futuro dell’Unione, solo il 14 per cento dei cittadini del nostro paese ritiene che far parte dell’Europa unita sia un male. Per il 47 per cento, invece, è sicuramente un bene (anche se dicono dovrebbe cambiare), mentre il 38 per cento è su una posizione intermedia. Un italiano su tre, poi, vorrebbe più decisioni prese a livello comunitario rispetto ad oggi: meno sovranità nazionale e maggiore unione politica. E quasi tutti (l’87 per cento) concordano sul fatto che la voce dei cittadini dovrebbe essere maggiormente ascoltata tra Bruxelles e Strasburgo». Il 47 per cento degli italiani ha molta fiducia nell’Unione Europea, ma l’87 per cento chiede che i cittadini contino di più nelle scelte delle istituzioni comunitarie. Come si dice: la botte piena e la moglie ubriaca. Il dominio della retorica e il sonno della politica portano a questi esiti.

Su Startmag Gianfranco Polillo scrive: «Solo il tandem Draghi-Mattarella è in grado di garantire lo status quo, blindare in un sol colpo Palazzo Chigi e Quirinale, dando continuità alla legislatura». Rilanciare il tandem Mattarella-Draghi. Ecco una scelta rigorosa. Da rigor mortis.

Foto Ansa

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