L’indagato si suicida? Allora è colpevole. Meraviglie della giustizia italiana sul caso San Raffaele

Brillante esibizione anche oggi per il famoso circo mediatico-giudiziario che ha reso il nostro paese un caso davvero unico al mondo. Ma diciamo pure clinico.

Luigi Ferrarella esamina nell’edizione odierna del Corriere della Sera le motivazioni che hanno convinto la Corte d’Appello di Milano a confermare per Pierangelo Daccò la sentenza di condanna a 9 anni di carcere «per concorso nella bancarotta miliardaria del vecchio San Raffaele dello scomparso don Verzè e del vicepresidente Mario Cal, uccisosi nel luglio 2011».

Dando sfoggia di quella irriducibile autonomia di pensiero che il Correttore di bozze ha imparato ad apprezzare in lui, Ferrarella sposa acriticamente gli argomenti dei giudici e inorridisce perché Daccò al processo si è permesso di ricordare le responsabilità di Cal nei fatti contestati. «Scaricare sul morto, oltre che inelegante, neppure è una gran linea di difesa», scrive indignato Ferrarella.

Se il problema è tirare in ballo i morti, però, il Ferrarella medesimo – si permette umilmente di osservare il Correttore di bozze – avrebbe fatto meglio a conservare un goccetto di indignazione anche per i giudici Lapertosa, Minici e Maiga, i quali nelle motivazioni riescono a sostenere quanto segue:

«Il gesto compiuto proprio all’inizio delle indagini da Cal, a prescindere da ogni giudizio di carattere personale, non solo equivale ad un’incondizionata ammissione di colpa, ma è anche espressione “radicale” di una percezione del concreto disvalore del proprio operato sotto ogni punto di vista».

Capito il concetto? Per i duri di comprendonio e per i Ferrarella, il Correttore di bozze lo riassume così: indagato suicidato = indagato colpevole. La quale equazione, con ogni evidenza, «a prescindere da ogni giudizio di carattere personale», è una boiata pazzesca.

Per parafrasare lo stesso Ferrarella, il Correttore di bozze, sempre umilmente, chioserebbe che «condannare il morto interpretando apoditticamente il movente del suo suicidio, oltre che inelegante, neppure è una gran linea di accusa», a meno che i magistrati non dispongano in proposito di una qualche deposizione da parte di Dio. Impossibile? Mah, per conto suo, Ferrarella dev’esserne convinto, visto che trascrive senza fare una piega. E anzi aggiunge, sempre citando le parole depositate dai giudici nelle motivazioni della sentenza, che «il tentativo di Daccò di accollargli [a Cal, ndr] colpe più gravi di quelle che già gli competono, al fine di evitare le proprie, non è comportamento che valga ad ammantare di luce positiva la figura di Daccò». Detta da una Corte che parla con Colui che tutto vede, questa è pesante.

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