Roma, bambina sfrontata che ogni volta riesce a farmi sorridere

Roma, settembre. Appena tre ore e il Frecciarossa allunga il suo elegante muso rosso da serpente dentro la Stazione Termini, ansante della corsa a duecento all’ora. Fuori, il sole abbaglia chi viene da Milano. (È diverso il sole, da noi, all’inizio dell’autunno. Più pallido, come già arreso, e la luce più gentile e più chiara).

Qui, è estate piena. Sotto ai cappelli i turisti sono paonazzi; storditi dal caldo, o forse dalla troppa bellezza. Conquisti un taxi, declini un indirizzo. L’autista parte di corsa e al primo incrocio pianta una gran frenata. «Te possino…» sibila all’indirizzo di un furgone al quale pure, stando al codice della strada, doveva la precedenza. Ma tu non osi farglielo notare.

Il tassista preme sull’acceleratore; tu inquieta ti aggrappi a una maniglia mentre l’auto sobbalza sui sampietrini. Incrociamo una pattuglia di vigili che sembra non notare che andiamo a ottanta all’ora. Il tassista poi nemmeno li guarda. Sperando di indurlo a rallentare balbetti qualcosa sul tempo. Il meteo diceva pioggia, per oggi a Roma. Il tassista: «Ma questi der meteo ce provano, so’ tre giorni che dicono pioggia a Roma, e invece c’è il sole; magari ar quarto giorno ce azzeccano pure». E tu, dietro, sorridi; sei a Roma da tre minuti, e già sorridi.

«E quella volta l’inverno scorso che ha nevicato, e la città è impazzita? Ma ora le avete comprate, le catene?» domandi. «Guardi – replica l’autista – io a Roma la neve l’ho vista du’ volte nella vita: a quindici anni e a quaranta, l’anno scorso. Ora quindi per artri venticinque anni non nevica più. Che le compro a fare, le catene?». Sorridi ancora; Roma, ogni volta, riesce a farti sorridere. È una bambina sfrontata, che se ne frega di ciò che è corretto e perbene, e a cui si perdona tutto, perché è così viva.

Da Milano, un’altra galassia. Nel caos mediterraneo, negli oleandri sgargianti che si sporgono profumati dai cancelli dei giardini; e in quell’alito sottile e costante di vento, dal mare. Roma, che ha costruito le sue case in mezzo, e anche sopra, a ruderi millenari, senza alcuna soggezione per quei resti orgogliosi; anzi camminandoci addosso, in confidenza. Ruderi su cui glicini e edere si sono abbarbicati, ricoprendo i vecchi muri; dai quali sbuca spesso un gatto dal passo pigro, indolente – come di chi stia in casa sua, e non tema nessuno. E pigro è il Tevere, che senza una increspatura oggi scorre lento sotto ai ponti; della città quasi l’anima, placida, imperturbabile nella sua eternità.

Roma bella come una donna, di una bellezza abbondante, sensuale. Chissà perché, ti chiedi, proprio lei scelta per fondare, sopra a una pietra, la Chiesa di Cristo? Forse perché Cristo voleva abitare in strade profondamente terrestri, per niente ascetiche ma colme invece di odori e di profumi; voleva la sua Chiesa in mezzo agli uomini, per strade strette, storte, echeggianti di voci e grida e giochi di bambini. (Giocano ancora, in certe piazzette verso il Ghetto, i ragazzini a pallone). Forse perché il Verbo voleva come sua casa, delle città del mondo, la più gloriosa di vecchie dimenticate vittorie; la più splendidamente carnale.

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