Roma, alla misantropia degli animalisti preferisco il sudore dei vetturini

Prendere parte a risse è sempre disdicevole. Ma se proprio fossi stato costretto a partecipare, sotto ricatto o per mancanza di alternative, a quella di domenica scorsa fra i vetturini delle botticelle romane e i militanti del Partito animalista europeo in Piazza di Spagna a Roma, non avrei avuto dubbi nella scelta: dalla parte dei cocchieri e della loro rabbiosa reazione al tentativo dei sedicenti difensori dei “diritti” degli animali di impedire loro di lavorare. Può darsi che alcuni conducenti stessero violando l’ordinanza del sindaco che indica orari e temperature in coincidenza delle quali non è autorizzata la circolazione delle carrozzelle trainate da cavalli, ma i loro critici avevano facoltà di sporgere denuncia, presentare esposti, richiamare l’attenzione degli agenti della polizia municipale in servizio, ecc. Invece hanno scelto la via della provocazione e dello scontro al solo scopo di farsi pubblicità e di diffondere un’immagine negativa di Roma (la scena della rissa in uno dei siti turistici italiani più frequentati è stata videotrasmessa in tutto il mondo), con cui poi ricattare le autorità locali per ottenere misure draconiane, come il ritiro di tutte le licenze ai conduttori di botticelle.

Ma prima che commisurata ai fatti e alle circostanze, la mia presa di posizione è culturale. Perché il linguaggio degli animalisti rappresenta un vero e proprio inquinamento del pensiero e perché al fondo delle loro azioni c’è un’antropologia insostenibile e inaccettabile, sentimentalista e misantropa. È un abuso costante della razionalità l’uso da parte degli animalisti, sull’onda degli scritti di Peter Singer e Richard Ryder, del termine “diritti” in riferimento a quello che potrebbe o non potrebbe essere fatto dagli uomini agli animali. I diritti sono il necessario complemento dei doveri dei soggetti moralmente responsabili, cioè di coloro che dispongono di un certo grado di libertà nelle loro azioni. Gli esseri umani hanno diritti perché hanno doveri: sono tenuti, per esempio, a rispettare l’integrità della vita degli altri uomini, e da ciò discende logicamente il diritto di ogni essere umano a non essere ucciso. Questo non vale per gli animali, ai quali non può essere chiesto di assolvere a doveri: l’istinto detta tutti i loro comportamenti, e l’animale che uccidesse un essere umano con un’azione innescata o dalla paura, o dalla fame, o dagli imperativi del controllo del loro territorio, ecc. non sarebbe moralmente responsabile della sua azione. La soppressione o la reclusione di un animale che ha causato gravi danni a esseri umani non è una punizione o una pena – concetti relativi all’ambito morale – ma una misura pratica per prevenire il ripetersi del danno. Pertanto gli animali, non avendo doveri verso gli uomini, non hanno nemmeno diritti. Quel che esiste, quello di cui ha senso parlare, è il dovere dell’uomo di governare rettamente il creato, di cui gli animali sono parte. Ciò implica rispetto per le creature animate e sensibilità verso le sofferenze che possono patire per l’azione umana. La sofferenza inflitta intenzionalmente alle creature sensibili deve essere giustificata da valori umani rilevanti, e deve sempre essere minimizzata e compensata da altri vantaggi di cui gli animali possono godere attraverso la sottomissione all’uomo.

Perché gli animalisti non accennano mai al dovere umano di “pietas” nei confronti delle sofferenze degli animali, ma sempre e solo agli inesistenti diritti degli animali? Probabilmente perché la parola dovere richiama la visione religiosa del mondo e quindi rimanda a un’etica oggettiva e a una gerarchia degli esseri. Invece la parola diritti mette sullo stesso piano uomini e bestie, annulla le differenze e quindi permette al relativismo di guadagnare terreno.

Ma viste le premesse fallaci, dalla pretesa uguaglianza fra uomo e animale si passa facilmente alla misantropia. Che è quello che si è visto in scena a Roma: i militanti del Partito animalista europeo si mostrano commossi e indignati per i cavalli che lavorano con temperature superiori ai 35 gradi centigradi: nemmeno per un momento provano simpatia per i vetturini, che pure sudano e faticano sotto il sole (o sotto il cattivo tempo, a seconda delle stagioni e delle giornate) per portare a casa la pagnotta. E nemmeno per un momento riescono a mettere a fuoco l’idea che i primi ad essere interessati alla salute del cavallo sono proprio i conducenti dei calessi: dalle condizioni del loro animale dipende la loro possibilità di guadagnarsi da vivere. Questi signori e signore arrivati a Roma coi mezzi pubblici dalle loro case e dai loro uffici rinfrescati dall’aria condizionata pretendono di essere più competenti in materia di cavalli di coloro che trascorrono la maggior parte della propria vita a contatto con essi. Palesemente non hanno familiarità coi duri lavori all’aria aperta che da migliaia di anni vedono uomini e animali accomunati nello stesso destino: guadagnarsi la vita faticando, il bue trainando l’aratro e l’uomo dietro a gettare le sementi e poi a raccogliere con la schiena curva il prodotto della terra, il mulo a trasportare su e giù per le montagne le fascine di legna che l’uomo ha faticosamente tagliato e ammucchiato.

Per non parlare degli animali associati alle imprese militari umane, esposti agli stessi pericoli dei soldati: dagli elefanti alla cavalleria e ai cani da guerra, gli animali hanno combattuto e sono caduti insieme agli umani dai tempi di Annibale a quelli di Napoleone, fino ai nostri giorni. Gli animali addomesticati per le imprese, da quelle umili del lavoro a quelle grandi e terribili delle esplorazioni e delle guerre, condividono con gli esseri umani fatiche e dolori, come anche soddisfazioni, sono i co-autori di azioni pietose e crudeli, creative e distruttive, generatrici di vita e dispensatrici di morte. Ci si permetta di definirli “uomini ad honorem” – dunque di affermare l’appartenenza a una medesima comunità – in un senso profondamente diverso da quello che intendono gli animalisti: per questi ultimi gli animali sono assimilati all’uomo nella forma del bambino da tenere lontano da qualunque fatica e sofferenza. La loro non è umanizzazione dell’animale, ma infantilizzazione. Il contadino che alleva con dedizione il maiale e poi lo macella è più in sintonia con l’animale di quanto lo sia chi nega la liceità degli allevamenti e delle uccisioni degli animali allevati.

Ma che ne sanno del lavoro e della guerra gente come Enrico Rizzi e Angelo Bonelli, rispettivamente coordinatore del Partito animalista europeo e presidente della Federazione dei Verdi, fustigatori dei vetturini romani? Basta guardare i loro visi pallidi e le loro mani senza calli per capire che il loro rapporto con gli animali è quello di gente che non ha problemi, di “giovin signori” che possono permettersi di sfoggiare una moralità animalista alle spalle di secoli di sofferenza umana e animale: se i loro antenati e i loro padri non avessero “sfruttato” e/o mangiato gli animali, loro nemmeno esisterebbero. Cosa dite, che non sarebbe un gran male? Ma no, dai, noi non vogliamo la morte del peccatore, ma che si converta.

 

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