Ora che hai capito il tuo errore riprendi le trasmissioni, caro Robin Williams

«E io sol uno/ m’apparecchiava a sostener la guerra» (Inferno, canto II)

Caro Robin, penso che tu abbia ormai preso confidenza con la dimora celeste. Quaggiù ci s’inchina a ciò che viene definita la tua ultima e tragica scelta, ma penso che da lassù tu ora la giudichi un errore. Qualsiasi forma abbia la giustizia divina, non credo sia edulcorata, proprio perché è (e sarà per tutti noi) la cosa più misericordiosa che esiste.

Io poi fantastico sul fatto che la giustizia divina sia così comprensiva da abbracciare il carattere particolare di ciascuno e quindi, nel tuo caso, dovrebbe essertisi manifestata anche in forma ironica: e così m’immagino che ti sarai dovuto sorbire il mega cazziatone di ciascuno dei tuoi personaggi. La più severa sarà stata senz’altro Mrs Doubtfire, che ti avrà riempito di ceffoni e sfuriate. Perché è tipico delle persone che ti vogliono davvero bene esercitare quella forma di pietà assai autentica che passa dalle sgridate. La carezza più dolce a volte è nel pugno che nasconde un mare di lacrime sincere.

Quaggiù, invece, si sprecano per te carezze fatte di lodi postume, e anch’io sarei stata tra questi se non fosse che mi ha dato fastidio che la notizia del tuo suicidio coprisse le notizie che contemporaneamente giungevano dall’Iraq, dall’Ucraina, dalla Palestina e dall’Africa massacrata dall’ebola. E ho espresso il pensiero istintivo, e quindi non proprio opportuno, sul fatto che un attore famoso e ricco di Hollywood cede al suicidio, ma questa medesima tentazione non viene ai perseguitati di guerra o ai malati straziati del terzo mondo. Non è un pensiero così opportuno perché ognuno ha il proprio inferno, e dunque è persino possibile che chi vive tra crudeli atrocità abbia risorse inimmaginabili per aggrapparsi alla vita. Risorse che forse latitano in chi se ne sta circondato da un apparente agio e attanagliato dai cortocircuiti della propria testa. Forse, chi è dentro l’inferno della guerra comprende fin nelle viscere ciò che ebbe a dire il signor Chesterton: il vero soldato combatte perché ama ciò che ha alle spalle e non perché odia ciò che ha di fronte. Chi è costretto a fuggire da casa sua, lasciandosi tutto alle spalle, con lo spettro di una morte terribile che l’insegue e vuole dilaniarlo, sente la paura che nasce dall’amore, l’atavico bisogno di aggrapparsi a qualcosa. Chi invece è coccolato in una reggia di lusso e celebrità, su cui incombono ombre deformanti di timori e rimpianti, può guardare il suo volto allo specchio e finire per odiare ciò che ha di fronte. Smette così di essere un soldato.

Ma tu, che dicevi ai soldati? Good morning, Vietnam. Che, come frase, è un non senso come dire: buon giorno ebola, buon giorno disoccupazione, buon giorno persecuzione. Ecco, questo non senso è la nostra bandiera: la vera guerra è dare il buongiorno a tutto. Non tutto è buono, ma è buono che ci sia un uomo pronto a stare di fronte a tutto. Forse ora lo comprendi; perciò riprendi le trasmissioni, caro Robin. Con la tua voce inconfondibile dacci la sveglia da lassù: “Buongiorno guerra di ogni benedetto giorno! Il sole sorge, cara guerra, e qualunque volto tu abbia (distruzione, depressione, crisi, malattia, persecuzione), vedo legioni di uomini pronti a schierarsi contro la nube scura del nulla che vorresti spandere”.

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