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Robert Mapplethorpe. Verso una contemporanea classica perfezione

dicembre 12, 2011 Mariapia Bruno

«Se fossi nato cento o duecento anni fa, avrei potuto fare lo scultore, ma la fotografia è un mezzo molto veloce per vedere e per fare scultura» diceva Robert Mapplethorpe, oggi protagonista della prima retrospettiva milanese in suo onore, che si terrà fino al 9 aprile 2012 alla Fondazione Forma per la fotografia. È uno dei più importanti autori del Novecento e con i suoi scatti dalla composizione perfetta, ha toccato generazioni di fotografi e artisti. Classico e attuale al tempo stesso, Mapplethorpe ha solcato le strade della città che non dorme mai raccontandoci le sembianze dei suoi individui dagli anni Sessanta agli Ottanta, epoca del trionfo della rivoluzione pop, del new dada, di Andy Warhol, della performance e body art.


La mostra, organizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation, espone 178 fotografie dove corpi rigorosi, composti e curati si affacciano ai nostri sguardi come fiori impeccabili, ritratti in ambienti quasi asettici, bloccati in pose studiate, quasi come  perfette sculture rinascimentali. È la ricerca della perfezione a guidare l’artista, di un ideale guardato da sempre o con un senso di timore o con la consapevolezza di una sfida persa in partenza, da chi si cimenta con le discipline creative. «Spesso l’arte contemporanea mi mette in crisi perché la trovo imperfetta» diceva Mapplethorpe. «Per essere perfetta non è che debba essere giusta dal punto di vista anatomico. Un ritratto di Picasso è perfetto. Non c’è niente di contestabile. Nelle mie fotografie migliori non c’è niente di contestabile – così è. È quello che cerco di ottenere». E cosa c’era di meglio se non la fotografia, l’immediatezza di uno scatto e le brevi sessioni di posa, per raggiungere quella contemporanea classica perfezione tanto propagandata?

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