Rigori al Milan: improbabile non vuol dire impossibile

Dichiaro subito il mio conflitto di interessi: calcisticamente parlando, sono tifoso del Milan dall’età di sei anni. Ma quello che sto per scrivere lo affermerei anche se la questione riguardasse un’altra squadra di calcio; direi le stesse cose persino se si trattasse di Juventus o di Inter. Da sabato sera 30 gennaio la squadra di Pioli è sotto accusa, nelle trasmissioni televisive e sui social, perché gli sono stati concessi 14 rigori a favore in 20 partite. Cioè non sono in discussione i singoli rigori fischiati, ma il fatto che siano 14, e che il Milan risulti la squadra di serie A in Europa che ne ha avuti di più. Questo, insieme al fatto che le seconde squadre con più rigori a favore (Juventus, Roma e Sassuolo) ne hanno avuti solo 5, porta una grandissima quantità di commentatori, non solo da bar, a concludere che dietro a questi numeri ci deve essere qualcosa di losco: una trama per favorire il Milan o qualcosa del genere.

La legittimità dei risultati sportivi della squadra milanese non viene messa in discussione in base a fatti constatabili e contestabili, ma in base alla probabilità statistica: poiché è poco probabile che una squadra di calcio riceva tanti rigori in un numero limitato di partite, c’è sicuramente qualcosa che non va nella performance del Milan. La cosa incredibile è che questo genere di conclusioni viene tirato da persone che vivono nell’era della moviola e del Var, dove ogni singola azione di una partita di calcio è registrata da più angolazioni e può essere vista e rivista tutte le volte che si vuole. Alla certezza – non assoluta, ma approssimata al vero molto più di quanto fosse possibile in passato – che può essere raggiunta attraverso i propri occhi, questi osservatori sostituiscono la certezza che a loro viene dagli algoritmi e dal calcolo delle probabilità, cioè da procedimenti totalmente astratti e virtuali. Chi ha visto le partite del Milan o ha osservato le videoregistrazioni dei falli che hanno portato ai calci di rigore, sa benissimo che tutte e 14 le massime punizioni a favore erano giustificate tranne quella fischiata in Milan-Roma, che però può essere agevolmente interpretata come compensazione per il rigore concesso in precedenza ai capitolini per un inesistente intervento falloso di Bennacer su Pedro: in realtà l’arbitro aveva invertito il fallo.

I detrattori del Milan potrebbero invocare calci di rigore che non sono stati concessi agli avversari contro cui giocava: al Cagliari ne spettava uno nella partita persa 0 a 2 col Milan. Oppure quelli negati alle squadre inseguitrici: ce n’era uno solare a favore dell’Inter nella partita pareggiata col Parma, forse ce n’erano due per la Juventus nella partita persa in 10 contro la Fiorentina. E invece no: la pistola fumante del complotto pro-Milan (non si sa ordito da chi e come) è l’anomalia statistica, che non può essere casuale. La pistola fumante sarebbe, come ha scritto una persona con la quale ho discusso l’argomento, che «se hai una distribuzione che ha una media di 3,5 (i rigori dati alle inseguitrici del Milan – ndr) e una varianza a stare larghi di 1, non c’è alcun modo di infilarci il 14 sotto la campana di Gauss e questo è un fatto!». Mamma mia… Questa è gente che assegnerebbe lo scudetto a tavolino per i prossimi 50 anni senza bisogno di giocare le partite, basandosi sulla proiezione dei risultati dei 50 anni precedenti! O che assegnerebbe i rigori nel corso di un campionato alle diverse squadre sulla base di un algoritmo. Per fortuna invece il calcio, come quasi tutto nella vita, è avvenimento, è accadimento senza precedenti, e per questo molto spesso è imprevedibilità. Ciò che è imprevedibile molto spesso è improbabile, ma improbabile non significa impossibile, o truffaldino se si verifica. È altamente improbabile che una persona sia colpita da un fulmine per più di una volta nel corso della sua vita, eppure si dà il caso di uomini colpiti per tre volte da fulmini nel giro di tredici anni (Walter Summerford, fra il 1918 e il 1930) e addirittura sette volte, come il ranger americano Roy Sullivan (tra il 1942 e il 1977).

Due esempi di eventi calcistici altamente improbabili che molti ricordano sono la vittoria della Danimarca ai Campionati Europei del 1992 e quella del Leicester in Premier League nella stagione 2015/16. Nel 1992 la squadra danese seppe di dover giocare la fase finale degli Europei appena 10 giorni prima dell’inizio del torneo: eliminata nella fase di qualificazione, la Danimarca venne ripescata dopo che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla guerra civile che si stava combattendo nella ex Jugoslavia aveva fra le altre cose deliberato la esclusione di tutte le squadre provenienti da quel paese in via di disfacimento dalle competizioni sportive internazionali. Senza alcuna preparazione, mentre tutte le altre squadre erano state in ritiro per settimane, i giocatori danesi tornarono dalle vacanze per mettersi agli ordini del poco amato allenatore Richard Møller-Nielsen. Nel giro di due settimane sconfissero la Francia di Deschamps e Cantona, eliminarono ai rigori in semifinale l’Olanda di Gullit e Van Basten, fecero fuori la Germania campione del mondo in carica in finale con un perentorio 2 a 0. Non meno suggestiva è l’epopea del Leicester, squadra inglese che nel corso della sua storia ha militato più nella seconda divisione che nella prima. Nella stagione 2014/15 si salvò dalla retrocessione all’ultima giornata di campionato, ma nel 2015/16 conquistò per la prima volta nella sua storia il titolo della Premier League, battendo la concorrenza di squadre multimilionarie come l’Arsenal, il Manchester City e il Chelsea. Nell’Arsenal giocavano 6 giocatori pagati di più del giocatore più pagato del Leicester (Jamie Vardy), nel Manchester City e nel Chelsea ben 9.

Abbiamo detto tutto? Niente affatto. C’è un altro particolare che non tutti ricordano, e che è ancora più suggestivo del fatto che due outsider come la Danimarca del 1992 e il Leicester del 2015/16 abbiano vinto i titoli in palio. Il portiere della Danimarca che nel 1992 parò un rigore decisivo a Marco Van Basten e che nella finale compì due miracoli su Jürgen Klinsmann si chiamava Peter Schmeichel; il portiere che ha difeso la porta del Leicester nel vittorioso campionato 2015/16 e tuttora la difende si chiama Kasper Schmeichel. Non sono omonimi: sono padre e figlio. Sotto quale campana di Gauss i nostri amici scienziati statistici pensano di ficcare il fatto che i portieri delle due squadre che hanno realizzato i due più grandi miracoli sportivi calcistici degli ultimi quarant’anni sono padre e figlio? Forse prima di strologare sui rigori del Milan o su qualunque altra anomalia statistica del mondo sportivo o di quello in cui tutti viviamo farebbero bene a rileggere quella pagina dell’Amleto di Shakespeare dove il principe di Danimarca (ancora lei!) si rivolge all’amico Orazio con le fatidiche parole: «Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa immaginare la tua filosofia».

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