Il requiem di Mozart, potente dialogo con Dio

Il 5 novembre, nell’ambito del XII Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra, si sono esibiti i Wiener Phlharmoniker con i Wiener Singverein eseguendo La Messa da Requiem e l’Ave Verum Corpus di W. A. Mozart.

La Messa da Requiem K 626 in Re minore, l’ultima opera incompiuta di Wolfgang Amadeus Mozart, rappresenta un labirinto di contraddizioni e misteri che nel corso del tempo ha diviso gli storici e i musicologi, alimentando congetture e accendendo passioni. Singolare che Mozart incontri la morte proprio mentre è pagato per meditare musicalmente su di essa. Un lavoro che da molto tempo lo intrigava ma che allo stesso tempo fuggiva: un’apparente antinomia abilmente compiuta dalla totale immedesimazione e dalla perfetta adesione rispetto all’occasione specifica di ciascuna composizione. La committenza, la malattia e le poche parti scritte lasciate, unite alle fantasiose interpretazioni romantiche, rendono la Messa mozartiana un mondo ancora tutto da scoprire. Quello che invece è del tutto evidente nel Requiem è la profondissima spiritualità del genio salisburghese. Non solo nella musica sacra, ma anche nelle opere teatrali il Musicista non manca di sottolineare potentemente la sua concezione del mondo dello Spirito.

Si pensi al finale del Don Giovanni, quando compare il Commendatore, il rappresentante della giustizia divina venuto a compiere non la sua personale vendetta bensì a tentare in extremis di indurre alla redenzione il libertino. La frase con cui rifiuta di cenare con Don Giovanni è in tal senso rivelatrice: «Non si pasce di cibo mortale, chi si pasce di cibo celeste». Siamo in zona Ave Verum Corpus! Parimenti tutta la favola de Il Flauto Magico è animata da profonda spiritualità, che si palesa nella conquista della nobiltà d’animo, della purezza, dell’amore per l’umanità. Lo stesso Mozart, giovanissimo, parlando della morte con suo padre Leopold, si esprime così: «La morte, a ben guardare, è la vera meta della nostra vita […] già da un paio di anni sono in buoni rapporti con questa vera, ottima amica dell’uomo, così che la sua immagine non solo non ha per me più niente di terribile, ma anzi molto di tranquillizzante e consolante! Ringrazio Dio per avermi concesso la fortuna e l’occasione, lei mi capisce, di riconoscere nella morte la chiave della nostra vera beatitudine. Non vado mai a dormire senza pensare che, per quanto io sia giovane, il giorno dopo potrei non esserci più».
Così anche nelle altre Messe la contemplazione dell’Assoluto, lungi dall’essere cristallizzata in imbalsamati stereotipi formali e linguistici, è vissuta e sentita con la stessa sincerità e lo stesso sentimento che rendono incomparabilmente preziosa e inconfondibile la sua voce, senza infingimenti o posizioni retoriche. Mozart dialoga con Dio con tutta la forza della sua geniale naturalezza: la semplicità di una persona che coglie la sproporzione del suo essere, senza mascherarsi dietro alle bassezze dell’umano, ma con il coraggio di mostrare tutto il proprio spirito di uomo. Quello che c’è basta per essere certi che ancora una volta “l’amante di Dio” ha donato all’umanità qualcosa di unico, il cui mistero non è tanto nelle storie (vere o presunte) ma nella musica che è riuscito a scrivere.

L’Opera, infatti, è un crogiuolo di secoli di musica sacra: le fughe austere (Kyrie) e le drammatiche esplosioni corali (Dies irae, Rex tremendae majestatis) utilizzano temi “antichi” di Bach, Händel e Haydn (i tre vertici della religiosità germanica), proposti con nuove armonie e timbri. Nell’orchestra Corni, Flauti e Clarinetti scompaiono per lasciare tutto il peso espressivo ai soli Archi, Fagotti, Ottoni e l’introduzione dell’amato Corno di bassetto (strumento usato nella Serenata K 361 o ne Il Flauto magico che Mozart associa ad atmosfere di tipo mistico celebrativo) che la musica sacra sino allora non conosceva. Nel Tuba mirum, nel Recordare così come nel “salva me” e “voca me” (del Confutatis), torna invece la dolcezza dello stile italiano, assimilato e interpretato in modo personale, affettuoso e perfetto.

Tra le meravigliose mura della Basilica di San Paolo fuori le mura di Roma i Wiener Philharmoniker e il coro dei Wiener Singverein, diretti da Leopold Hager (profondo e fine conoscitore del repertorio mozartiano) hanno offerto un’esecuzione vivida, filologicamente impeccabile, rendendo con la loro interpretazione quello che Benedetto XVI diceva sul Requiem: «Una grande meditazione, drammatica e serena, sulla morte ma anche sulla vita così lacerata dalla sofferenza e dalla drammaticità. Il miracolo della musica Mozartiana è la perfetta armonia tra le parti, tra le note e il testo cantato, tra i momenti di silenzio e gli slanci più concitati. Anche gli opposti sono riconciliati: è la “mozart’sche Heiterkeit”, la “serenità mozartiana” che avvolge tutto, in ogni momento».

Sino a noi.

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