Questa dovete proprio segnarvela: Tar annulla benedizione a scuola

prete-benedizione-shutterstock_175799393

Il Corriere della Sera torna oggi a occuparsi (a pagina 25) di una guerra legale all’italiana il cui clamore era riuscito a suo tempo ad attirare addirittura l’attenzione del New York Times. Il campo di battaglia è l’Istituto comprensivo 20 di Bologna. È qui, in una scuola elementare, che si è svolta – parole del Corriere – «la “crociata” di un gruppo di genitori e insegnanti che, insieme al comitato Scuola e Costituzione, si batté contro le benedizioni tra le mura scolastiche». Ebbene, ieri i giudici del Tar dell’Emilia-Romagna, hanno deciso di schierarsi dalla parte dei crociati nemici della croce: «L’acqua santa a scuola non deve entrare», scrive il quotidiano per riassumere la sentenza.

L’Istituto comprensivo 20 è composto da tre scuole, e quando nel gennaio dell’anno scorso i sacerdoti della parrocchia chiesero il permesso di entrare nella struttura per la benedizione pasquale, in due di esse secondo il Corriere «filò tutto liscio». Anche nella scuola elementare Fortuzzi il consiglio di istituto autorizzò il rito, ma 11 insegnanti e 7 genitori si misero di traverso, ritenendo che «la laicità così è a rischio». Di qui il ricorso al Tar contro la delibera della scuola, «firmato anche – sottolinea sempre il Corriere – dall’ex assessore alla Scuola della giunta Cofferati».

Nel frattempo poi la benedizione è avvenuta lo stesso, ma fuori dall’orario scolastico per non “disturbare” nessuno. Bene. Poteva bastare questa soluzione ai giudici del tribunale amministrativo? Certo che no. Infatti ieri il Tar ha annullato la delibera del consiglio di istituto. E adesso segnatevi questo passaggio della sentenza perché c’è da scommettere che “farà giurisprudenza”.

Scrivono i giudici (i corsivi sono nostri): «Il principio costituzionale della laicità non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa, ma comporta piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose. La scuola non può essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno – secondo scelte private di natura incomprimibile – e si rivelano quindi estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni». Et voilà.

Commento basito della preside della scuola Daniela Turci: «Era stato fatto tutto secondo le leggi, ma evidentemente ci sono nuove leggi».

Commento entusiasta della professoressa bolognese Monica Fontanelli, una dei ricorrenti: «È stato affermato un principio della Costituzione». Entusiasmante anche la linea “educativa” dell’insegnante: «A scuola si insegna a vivere insieme, le pratiche religiose restano fuori». Ecco un’altra lezione da appuntarsi da qualche parte: per “vivere insieme” bisogna bandire le “pratiche religiose”.

Commento sconfortato del nuovo arcivescovo Matteo Zuppi («chiamato a Bologna da papa Francesco», precisa curiosamente il Corriere): «Non credo sia questa la laicità, così come non è laico vietare la croce al cimitero. In Italia la laicità è anche data dal grande umanesimo che sta nel dialogo e nel confronto, non certo nella loro assenza».

Non ci sarebbe nulla da aggiungere a tutto ciò, se non un paio di spunti rapidi, per contribuire alla riflessione. Già che ci siete, segnatevi anche questi.

Primo, le parole pronunciate giusto mercoledì da Jozef De Kesel, nuovo arcivescovo di Maline-Bruxelles, succeduto a monsignor Léonard nel novembre scorso e presentato dai media come un gran “progressista” (anche perché è stato «chiamato a Bruxelles da papa Francesco», noterebbe il Corriere): «C’è una certa tendenza nella società moderna e secolarizzata, una società che è anche la mia, a voler privatizzare la religione. A toglierle il diritto di esprimersi nel dominio pubblico. Questo mi sembra un segnale preoccupante. Io sono d’accordo con la separazione tra Chiesa e Stato. Lo Stato è neutro. Ma la società non è neutra. Nella società vivono anche i credenti».

Secondo, una curiosità: il consiglio di istituto trascinato davanti alla giustizia amministrativa è presieduto da Giovanni Prodi, nipote di quel Romano che fu già un paio di volte presidente del Consiglio. Ecco, ricordate cosa scrisse qualche tempo fa lo stesso Prodi (Romano) a proposito dei Tar? Questa vicenda bolognese era di là da venire, e lui si riferiva in particolare alle battaglie legali che tanto spesso azzoppano o bloccano del tutto le scelte economiche del paese (dai grandi appalti fino alle più semplici autorizzazioni concesse a imprese desiderose di investire). Tuttavia non ci sembra di forzare eccessivamente i suoi argomenti riproponendoli in questo contesto: «Se si abolissero i Tar e il Consiglio di Stato, il nostro Pil assumerebbe subito un cospicuo segno positivo», osservava Prodi, criticando «l’enorme e senza confronti spazio di potere che queste istituzioni hanno assunto rispetto ai limiti rigorosi che esse hanno negli altri paesi». Il ricorso al Tar, spiegava l’ex premier, «è diventato un comodo e poco costoso strumento di blocco contro ogni decisione che non fa comodo, penetrando ormai in ogni aspetto della vita del paese». Più efficacemente perfino dello Spirito Santo.

Foto benedizione da Shutterstock


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •