Quello di Raoul Bova è il peggior spot anti-Aids di tutti i tempi

Scusate se torno sullo spot della Campagna del ministero della Salute per la lotta contro l’Aids, quello con Raoul Bova testimonial e lo slogan “La trasmissione sarà interrotta il più presto possibile”. È già stato egregiamente confutato su questo sito una settimana fa per quel che riguarda il nocciolo del messaggio, cioè che la generalizzazione del preservativo sia la strategia vincente per bloccare il contagio.

Ma io vorrei fare un passo in avanti, e proporlo come il peggiore spot anti-Aids della storia, almeno qui in Italia. Perché di tutto tratta, tranne che di prevenzione. Il filmato non c’entra nulla con lo scopo per cui è stato commissionato: l’Aids, i malati, la prevenzione sono solo un pretesto per fare propaganda a una visione della vita e del mondo, per una professione di fede relativista a spese dei contribuenti, per imporre una visione tecnicista e politicista della salute.

A chi obietta contro l’enfasi esclusiva che la maggior parte delle campagne di prevenzione riservano al preservativo, i cosiddetti esperti replicano che la vera profilassi ha bisogno di grande laicità: non si devono promuovere o condannare comportamenti e stili di vita, ma semplicemente indicare tutti i modi efficaci per evitare danni a se stessi e agli altri. Lo Stato non può e non deve promuovere un’etica, perché in una società aperta le persone esercitano la loro autonomia morale, ma deve limitarsi a promuovere la salute pubblica con tutti i presidi sanitari a disposizione e comunicando quali comportamenti mettono al riparo dalla patologie.

Ma è proprio nei termini della laicità che le campagne contro l’Aids falliscono miseramente a causa del pregiudizio ideologico che le condiziona. Quando i vari ministeri della Salute cercano di combattere l’obesità, o il fumo, o la guida sotto l’effetto dell’alcol, sono molto netti nel chiedere di evitare certi comportamenti a rischio. Si chiede al cittadino di rinunciare al vizio della sigaretta, di non guidare in stato di ebrezza, di ridurre drasticamente l’assunzione di cibi grassi e bevande gasate. Immaginate uno spot del ministero che dicesse: “Dopo che ti sei rimpinzato di hamburger da McDonald’s e hai bevuto tre coche, ricordati di fare almeno un’ora di jogging”; oppure che consigliasse: “compra sempre sigarette col filtro, oppure rompile in due per farle durare di più e fumarne di meno, e comunque di tanto in tanto fatti una radiografia per vedere lo stato dei tuoi polmoni”; oppure uno spot così: “se ti metti al volante dopo aver abbondantemente bevuto, mantieni una velocità non superiore ai 40 kmh, e tieni d’occhio la più vicina delle due righe di mezzeria della strada che vedi: è quella giusta”.

Chiunque capisce che spot di questo genere sarebbero ridicoli. Ebbene, quelli che dovrebbero aiutare a prevenire l’Aids e vengono periodicamente trasmessi, sono esattamente così: suggeriscono una strategia poco efficace che per la maggior parte dei soggetti si tradurrà in un aumento del rischio. Un messaggio di prevenzione veramente laico dovrebbe suonare così: «Vuoi evitare di contrarre l’Aids? Le strategie più efficaci sono, in ordine di sicurezza, le seguenti: astinenza, fedeltà di coppia, ricorso ai profilattici; e in ogni caso la riduzione del numero dei partner sessuali ridurrà sensibilmente il rischio». Così dovrebbe parlare uno Stato laico. E siccome i rapporti anali sono molto più pericolosi in termini sanitari dei rapporti vaginali, dovrebbe avere anche l’onestà coraggiosa di far sapere che col sesso anale non protetto la trasmissione dell’infezione da Hiv è circa 30 volte più probabile (scusate l’approssimazione) che in caso di sesso vaginale non protetto.
Ma lo Stato laico si astiene dal comunicarci tutte queste utili informazioni profilattiche, e sapete perché? Perché tratta i comportamenti sessuali alla stregua degli atti di culto religiosi o di militanza politico-sindacale: diritti inalienabili della persona, sui quali non è lecito interferire. Anzi: mentre sono sempre più numerosi gli atti legislativi e le sentenze giudiziarie che limitano la libertà di culto (la circoncisione maschile colpita dagli strali dei giudici di Colonia, il velo islamico proibito qua e là in Europa, scuole e ospedali cattolici americani obbligati a pagare per gli aborti e la contraccezione dei loro dipendenti), si fa sempre più timida la voce di chi cerca di dire che l’identità delle persone non può essere intrappolata nell’uso che fanno delle loro parti sessuali. Perché oggi l’unica religione che nessuno si può azzardare a mettere in discussione è quella dell’autodeterminazione dell’individuo, è quella dell’autonomia morale. Almeno per quel che riguarda le faccende sessuali.

Da questo primo, fondamentale condizionamento ideologico discendono tutti gli altri connotati ideologici – sia contenutistici che estetici -, di cui il filmato è ricco. Quella banda rossa di traverso al pube dei protagonisti più che il fiocco anti-Aids ricorda gli striscioni delle manifestazioni sessantottine, ricorda le bandiere rosse dei gruppettari marxisti-leninisti-maoisti. E quando Raoul Bova conclude con espressione altera: «Uniti contro l’Aids si vince», è la stessa cosa che se avesse detto «El pueblo unido jamás será vencido», oppure «lunga vita all’unità antifascista». L’allusione alla lotta politica non è affatto strana, quando si riflette al fatto che fin dall’inizio la crisi dell’Aids è stata trattata in termini di diritti negati e di responsabilità politiche: i temi dominanti sono stati fin dal principio la denuncia della criminalizzazione di minoranze e diversi, la discriminazione sociale verso gli infettati, le colpe dello Stato che non si impegnava nella prevenzione e della Chiesa che la “boicottava” ostacolando la promozione del condom, la scarsità degli stanziamenti di fondi per la ricerca, la cupidigia delle multinazionali farmaceutiche che imponevano prezzi terrificanti per i loro antiretrovirali, unica possibilità di salvezza per i malati. Questioni reali e questioni pretestuose mescolate insieme, tutto pur di tenere la crisi dell’Aids dentro all’ambito della politica e di non permettere una vera riflessione morale, filosofica, antropologica. Che la realtà sfugge inesorabilmente alla volontà di dominio dell’uomo e che la libertà sessuale può avere dei costi altissimi per il singolo e per la società non deve mai passare per la testa della gente, o almeno non deve mai diventare argomento di pubblico confronto.

Oltre a ciò, la politicizzazione finisce per determinare un impatto comunicativo che è l’opposto di quello che si ricercava: quel rosso che spezza e domina il bianco e nero del filmato fa tanto spot della Peta (l’organizzazione animalista per il “trattamento etico” degli animali) contro le pellicce, ricorda più la strage delle foche e degli ermellini che non l’impegno contro l’Aids. E se l’obiettivo era di indurre i soggetti che hanno comportamenti sessuali a rischio a indossare il condom, quel dischetto rosso sangue un po’ rigonfio che gli attori si passano di mano non sembra proprio fatto per ispirare fiducia. Dà l’idea di un grumo di sangue infetto. E voi ve la mettereste “lì” una gomma intrisa di sangue?

Lo stesso dicasi di alcuni dei protagonisti del filmato: cosa c’entrino due ragazze estasiate nei preliminari dell’amore saffico con l’opportunità di utilizzare i preservativi contro l’Aids si fa fatica a capirlo, ma si capisce bene che il regista vuole comunicare la sua personale convinzione che il sesso e l’amore non conoscono barriere né di sesso né di razza. Infatti inserisce un giovane afro sorridente fra i personaggi. Ma inserire a forza contenuti che non hanno niente a che fare con la prevenzione dentro a uno spot che dovrebbe servire alla prevenzione danneggia inevitabilmente la comunicazione: l’abbinamento omosessualità femminile – condom maschile (l’unico che si vede nel filmato) getterà nel dubbio lo spettatore, che crederà erroneamente di essere ignorante sull’uno e sull’altro argomento; la presenza del giovane africano risveglierà il più vieto dei pregiudizi razzisti, quello secondo cui l’Aids è “la malattia dei negri”.

Un’ultima notazione riguarda il fatto che lo spot invita esclusivamente a comportamenti che implicano costi economici a carico del destinatario del messaggio: i condom e il test sulla presenza dell’Hiv nel sangue comportano una spesa per chi vi fa ricorso. La maggior parte delle campagne di sensibilizzazione a tutela della salute suggeriscono comportamenti che evitano anche costi economici: non fumare, non bere, non mangiare alimenti nocivi, preferire l’allattamento materno a quello artificiale rappresentano anche modi di risparmiare denaro. Anche in epoca di antiretrovirali l’Aids è un cattivo affare per chi si infetta, ma resta un buonissimo affare per l’industria farmaceutica e dei presidi sanitari. Con un aiutino da parte dello Stato, con le sue belle campagne di sensibilizzazione e i suoi begli attori.

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