Quelle legioni sopra di noi

Poi, è un istante, la pioggia si fa rapinosa. L’ira covata esplode. Come una donna, che lungamente abbia taciuto davanti ai torti di chi ama e scoppi in un rovinare di rabbia, così è la tempesta che giustizia la tardiva estate

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Articolo apparso sul settimanale Tempi 38/2011.

Milano, 17 settembre. Per tutto il pomeriggio si sono andate addensando nuvole grevi, di un grigio sporco, che hanno occupato il cielo come una legione che si ammassi sul campo di battaglia; ma senza fretta, dovendo lasciare il tempo di arrivare alle sue innumerevoli schiere. E noi, sotto, ancora in una estate che non vuole finire; noi fiacchi dentro una bolla molle sulla città. Come un’ira che va gonfiando e non riesce a scoppiare. (Tra gli alberi del parco. Voli bassi di cornacchie inquiete). 
Poi verso sera un boato così sordo che lo senti a fatica: «È un tuono?», domandi a chi ti è vicino. Sì, ma così lontano che sembra solo un brontolio intestino del cielo gonfio e nero. Non c’è un filo di vento, tutto è immobile – in attesa. Schianta secco il primo tuono vero, con un crepitio di quercia che cade. È, nella quiete plumbea, come uno sparo. La legione ha aperto il fuoco. Le gocce d’avanguardia rade e pesanti si allargano in grosse chiazze sull’asfalto. Poi, è un istante, la pioggia si fa rapinosa, batte furente, martella sui tetti delle auto e sugli ultimi passanti in fuga. L’ira covata esplode. Come una donna, che lungamente abbia taciuto davanti ai torti di chi ama e scoppi in un rovinare di rabbia, così è stasera la tempesta che giustizia la tardiva estate. 

Smette di piovere – nelle pozzanghere foglie fradice, naufraghe. Ma la legione resta, cupa, attendata. Di notte ti sveglia una nuova raffica di tuoni, e il fragore di un diluvio che si rovescia. Schiarisce il cielo nel freddo bagliore dei lampi. Poi sempre più vicino il temporale, in un fragore di bombardamento. I gatti di casa, svegli e vigili, immobili, sembrano sorvegliare imperturbabili con i loro occhi d’ambra questa danza di streghe. Il cane invece sussulta di paura a ogni colpo, abbassa le orecchie e ti guarda con i suoi occhi miti, come un bambino che nella faccia dei grandi si rassicuri. Dormono i figli senza sentire nulla, di un sonno denso, ancora infantile. Soltanto tu ti aggiri come un’ombra per la casa buia, come a sorvegliare che la tempesta non ne violi le mura. E serri più forte la maniglia di una finestra su cui il vento preme, arrogante; e guardi l’orologio in cucina, e in un riflesso antico desideri che venga l’alba, a sciogliere tanta notte . E ti immagini quanti, nelle case attorno, come te sono svegli e sottilmente inquieti; i vecchi, soprattutto, pensi, il loro fragile sonno violato dai tuoni. 

Spiove. Dalla finestra la città immobile e lucente d’acqua. Aspettiamo, noi insonni, dietro ai vetri, il giorno; che ci restituisca la città degli uomini – traffico, passi, voci, e tavoli di caffè all’aperto, dove nell’aria tiepida l’estate finisca quietamente di sciogliersi; e dolcemente ci consegni alle nebbie, e ai mulinelli di foglie rosse fruscianti nei viali.

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