Hallie e Emily, le sorelline che hanno perso entrambi i genitori nel giro di 48 ore

«Quali fioretti dal notturno gelo/ chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,/ si drizzan tutti aperti in loro stelo». (Inferno, canto II)

È ufficialmente cominciata la primavera. La natura ha dato il via alle danze: nell’ultima settimana, sembrava di stare dentro a una sceneggiatura studiata a tavolino. Alberi in fiore, un trionfo di odori, la brezza tiepida, giornate più lunghe. In ogni parco sono spuntati crocchi di amici, frotte di passeggini, truppe di amanti del jogging; così come in ogni pianta sono spuntanti insetti ronzanti e laboriosi.
Insomma, il letargo è simbolicamente finito per tutti. Ogni anno a primavera la natura sembra dirci che la vita è una promessa mantenuta, un viaggio a lieto fine, un seme che alla fine sboccia. Poi, di colpo, una perturbazione ha coperto il cielo: nuvoloni scuri, pioggia, freddo. E questo, va detto, è altrettanto tipico della primavera.

Da sempre l’uomo associa i moti del suo cuore alle stagioni: noi diciamo «ti sei rannuvolato» oppure «come sei solare oggi!»; le canzoni raccontano una maledetta primavera, l’estate che sta finendo e il mare d’inverno. E allo stesso modo sarebbe possibile associare la vicenda delle sorelle Hallie e Emily Cooper a questo inizio di primavera, che ha mostrato lo spettacolo della fioritura, per poi rannuvolarsi improvvisamente.

Nel fiore della loro età, Hallie (11 anni) e Emily (16 anni) hanno perso entrambi i genitori nel giro di 48 ore, in circostanze diverse e non collegate. È successo in Oklahoma, dove la famiglia Cooper viveva gestendo un’attività agricola: la madre Crystal ha avuto un collasso mentre preparava il bestiame per una fiera agricola che si sarebbe svolta il giorno successivo; portata in ospedale, è morta qualche ora dopo. La figlia maggiore, come gesto d’affetto per la madre, ha deciso di presenziare ugualmente alla fiera agricola, vincendo peraltro dei premi.

Poi le ragazze sono state travolte da un’altra tragica notizia, il padre John è infatti morto in un incidente stradale. Credo che anche uno sceneggiatore spregiudicato avrebbe qualche difficoltà a scrivere un copione del genere, e soprattutto a immaginarne il proseguimento e a costruirne un finale credibile nel bene o nel male. È evidentemente impossibile accontentarsi di metafore stagionali di fronte a un dramma simile, e anche di fronte a fatti meno sconcertanti, ci si trova puntualmente a constatare il contrasto tra una natura che mostra i segni di un disegno armonico fatto di una ciclica alternanza di vita e morte (gelo e disgelo, giorno e notte), e una realtà che è capace di scombussolare questo cerchio quieto e perfetto di corsi e ricorsi.

Tracciando il profilo della nostra vita, mettendo in fila eventi, incidenti, casualità e sorprese, il cerchio non si chiude. L’equazione non torna, da qualche parte il calcolo salta. Come scrive Montale in Rebecca: «Ogni giorno di più mi scopro difettivo:/ manca il totale./ Gli addendi sono a posto, ineccepibili,/ ma la somma?». Già, la somma. È questo il pensiero di chi, ogni anno nel pieno della primavera, s’incammina a seguire le tappe di quella via che non è circolare, ma cruciale; quei passi che portano fino ai piedi del Calvario. Lì dove ogni schema logico si è dovuto frantumare, affinché una grande promessa fosse mantenuta per sempre.

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