Quel sorriso di chi sapeva guardarsi allo specchio. Giorgio Gaber e i Benigni di oggi

In quel sorriso c’era già tutto. Che poi, detto così, non rende. Era, il suo, molto più che un sorriso: una smorfia, una contorsione, un virtuosismo mimico. Sì, forse anche un sorriso, ma quel sorriso che è soprattutto un prendere per il c….
Del resto, nella sua carriera, non ha fatto che questo. E non sarebbe stato quel gran genio che è stato se non avesse fatto intendere, da subito, che quel sorriso non solo “ci” prendeva, ma soprattutto “lo” prendeva per il c….

La sua forza fu questa umiltà autoironica, che ha dato vita a ballate così profonde e vere da strappare riso e pianto a tante generazioni. “Io non ho paura di Berlusconi in sé, ho paura di Berlusconi in me”, diceva. Nel momento della crisi, della decadenza, qual è il primo obiettivo verso cui volgere la rabbia, in cui cercare il limite? Qualche casta, qualche potente? No, se stessi. E’ questa una delle grandi lezioni, attualissime, di Giorgio Gaber, che se ne andava il primo gennaio di dieci anni fa.

Ho ripensato a lui nei giorni scorsi, mentre Benigni concludeva il suo sermone sulla Costituzione. Mi sono chiesto che faccia avrebbe fatto ascoltandolo. Per me è quella della foto in pagina. Spero che si capisca il perché.

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