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Quel modo di fare la tv che suscita qualcosa di più di una nostalgia

marzo 1, 2017 Pippo Corigliano
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La rubrica Alta Società di Carlo Rossella pubblicata oggi sul Foglio, mercoledì 1 marzo 2017

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

C’era una volta Studio Uno. È il nome di un fortunato programma andato in onda su Rai Uno giorni fa. La sceneggiatura era accurata e intelligente: seguiva la storia di tre ragazze che inseguono i loro sogni nella televisione nazionale dei primi anni Sessanta. Un ingrediente fondamentale è senz’altro la nostalgia. Le Kessler, il Dadaumpa, Mina giovane… musiche e immagini evocative di anni giovanili.

Ma c’era qualcosa in più: il programma ricordava un’Italia con voglia di vivere e crescere. Dietro le quinte aleggiava il personaggio di Ettore Bernabei che aveva idee precise su come dovesse essere il servizio pubblico. Bisognava mandare a letto gli italiani contenti e fiduciosi (e il pensiero vola al messaggio opposto di tanta televisione odierna). I programmi dovevano essere di alta qualità. Le Kessler non erano delle bellocce: erano professioniste di classe provenienti dai migliori teatri d’Europa, così come gli altri protagonisti di quello spettacolo. La trasmissione finiva relativamente presto: l’indomani occorreva svegliarsi in tempo per andare a lavorare.

Non si tratta di mera nostalgia: è il ricordo di un paese governato da persone che avevano in mente il bene comune. Erano quasi tutti cattolici praticanti. Gente di Messa quotidiana e di cultura aperta allo spirito del tempo. Kennedy disse a Fanfani che aveva studiato su un suo libro. Si parlò di miracolo economico ma non era un miracolo: era l’evoluzione di un paese che lavorava sodo, guidato da una classe dirigente capace e onesta. Ricordo e prego.

Foto Ansa

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