Quasi quasi mi suicido

Stamattina il Correttore di bozze è stato lì lì per porre fine alla sua inutile vita. “Add’io monto cuRdeele”, aveva già scritto su un bigliettino destinato ai suoi amici, cioè a nessuno. Tra l’altro a sostenerlo in questa sua drastica decisione ci si era messa pure Repubblica, che oggi propone nella sezione culturale un brano del filosofo Carlo Augusto Viano tratto dal saggio che uscirà nel prossimo numero di Micromega, dedicato all’eutanasia.

Il Correttore di bozze ha trovato molto rincuorante apprendere da Viano che un tempo la nostra civiltà aveva un «atteggiamento liberale verso il suicidio», e che tale atteggiamento era «presente nella cultura antica e riaffiorato nell’umanesimo e nell’illuminismo», ovvero nelle fasi più alte e nobili dell’umanità. Mentre guardacaso l’oscurantismo pro life ha avuto la meglio proprio nei periodi più bui (d’altronde se una volta verso il suicidio c’era un «atteggiamento liberale», il contrario sarà stato giocoforza illiberale, et voilà). Il filosuicidismo liberale infatti, spiega Viano, «è stato censurato tra Ottocento e Novecento dagli eredi di Kant e di Schopenhauer, che hanno continuato a vedere nel suicidio un atto contraddittorio, e dagli orientamenti culturali che, come le ideologie nazionalistiche o totalitarie, attribuivano il primato alla comunità rispetto all’individuo». Suicidandosi, dunque, anche il Correttore di bozze per una volta nella sua miserabile esistenza avrebbe compiuto un fiero gesto antifascista. Era ora.

Non solo. Egli si sarebbe finalmente liberato in un istante di anni e anni di prigionia mentale imposta dal suo cattolicesimo superstizioso, visto che «il disagio che la cultura ha manifestato di fronte al suicidio è in gran parte eredità della sua condanna religiosa, formulata soprattutto dai filosofi e dai teologi, che ne hanno accettato il lascito». Questi nemici della libertà con il loro miope disagio nei confronti del suicidio hanno perciò contribuito purtroppo alla «configurazione dell’assistenza al suicida come reato, dopo che il suicidio era stato depenalizzato», mannaggia a loro e ai loro complici medici che hanno voluto «esorcizzarlo, considerandolo una forma di pazzia o un atto da vanificare in nome dell’obbligo di soccorso». Ma si può essere più grossolani?

Come si fa a non vedere il lato positivo del suicidio? Man mano che avanzava nella lettura di Viano, il Correttore di bozze era sempre più pompato. Chi lo dice che non sia meglio uccidersi piuttosto che essere un correttore di bozze? Pensate che addirittura «un tempo si diceva che (il suicidio, ndr) è una forma di violazione dell’ordine divino del mondo, una disobbedienza alla divinità», divinità che invece «impone di soffrire». Ah, com’è vero! La Chiesa ci impone di soffrire! E ci gode pure, a ben vedere. Ma non è che siano tanto più moderni i vari pensatori che considerano il suicidio «innaturale» (ma non fateci ridere) o quei «filosofi più sofisticati» che si credevano intelligenti definendolo «contraddittorio, perché non permette di conseguire ciò che il suicida, secondo le loro dottrine, vorrebbe ottenere». Che ne sanno loro? Il mondo è pieno di suicidi felicissimi.

Piantiamola con le sciocchezze, per favore, è chiaro che da secoli la parte più ignobile dell’umanità cerca solo «di giustificare un giudizio morale uniformemente negativo sul suicidio», scrive il filosofo di Micromega. Al contrario, i veri liberali, come Viano e come il Correttore di bozze, sanno benissimo che il gesto può tranquillamente «essere oggetto di valutazioni disparate, al pari delle altre condotte, che possono essere considerate giudiziose, esagerate, coraggiose, codarde, frutto di buona o cattiva informazione, di capacità di giudizio eccetera». E con questa il Correttore di bozze era definitivamente convinto. Aveva già infilato la testa nel sacchetto del discount (suicidio giudizioso) perché altrimenti con il gas rischiava di fare una strage (suicidio esagerato). Poi per fortuna si è accorto che il sacchetto non era biodegradabile (suicidio inquinante). Sarà per un’altra volta.

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