Proprio non ce la facciamo a mettere al centro l’uomo

Di Mario Draghi, per quello che riesco a capire, ho una buona stima; penso che senza di lui, alla guida della Bce, saremmo in condizioni ben peggiori di quelle attuali. Il suo discorso, però, in occasione della consegna della laurea honoris causa alla Luiss, mi ha lasciato esterrefatto.

Una delle tesi che ha proposto, in sostanza, dice questo: se non troviamo una migliore formula di redistribuzione della ricchezza rischiamo forme di protesta estreme e distruttive.

È l’apoteosi del liberismo utilitaristico. Si deve ricercare una maggiore giustizia sociale non perché sia giusto in sé, come direbbe un vetero-comunista, ma perché altrimenti finisce che questi straccioni fanno casino, un casino tale che poi non si riesce più a far soldi in santa pace.

L’affermazione, già di per sé, è agghiacciante perché indica l’orlo di un baratro ben più profondo della bazzecola del debito sovrano. Ma ancora più inquietante è la logica che la sostiene, la fredda utilità.

Ancora una volta si vede come il mondo moderno proprio non ci riesca a mettere al centro l’uomo, la sua dignità, il suo cuore e i suoi desideri; sbanda continuamente tra un senso di giustizia astratto, e quindi ideologico, e un ragionieristico calcolo costi, benefici.

Ormai solo la barca di Pietro sembra tenere la rotta e io comincio ad avere nostalgia del Papa Re.

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