Prima di Houellebecq, fu Chesterton a immaginare un’Europa islamizzata

untitledSottomissione di Michel Houellebecq è il libro dell’anno, per una coincidenza da brivido: racconta di un’ipotetica Francia sottomessa a un governo islamico ed è uscito nei giorni degli attentati di Parigi. C’è chi arriva in modo drammaticamente puntuale, e suo malgrado; c’è chi passa un po’ più sotto silenzio ma arriva con un secolo d’anticipo, e in piena coscienza.

L’ipotesi di un’Inghilterra sottomessa a un governo islamico, col beneplacito dell’aristocrazia britannica, il signor Chesterton l’aveva messa per iscritto nel 1914, quando uscì il suo romanzo L’osteria volante. Il romanzo si apre all’indomani di una guerra tra Occidente e Oriente; le diplomazie internazionali si accingono a stringere accordi di pace e, per quel che riguarda l’Europa, le trattative vengono affidate alle nazioni più intraprendenti, Inghilterra e Germania. Lord Ivywood, a nome dell’Inghilterra, pronuncia questo discorso di pace: «La nostra è un’età nella quale gli uomini sempre più si convincono che tutte fedi religiose abbiano in serbo l’una per l’altra un segreto. Se è vero – e io invoco ancora l’indulgenza di Oman Pascià (capo della delegazione islamica n.d.r.) dicendo che, a parer mio, è vero – se è vero che noi dell’Occidente abbiamo dato qualche luce all’Islam facendogli apprezzare la pace e l’ordine civile, non possiamo forse dire che l’Islam, a sua volta, ci darà la pace in mille cose e ci incoraggerà a sopprimere quella maledizione che tanto ha contribuito a guastare e confondere la virtù della cristianità d’Occidente?».

Houellebecq-sotomissioneTra chi assiste alle trattative c’è anche Patrick Dalroy, un coraggioso irlandese che col suo piccolo manipolo di uomini aveva strenuamente difeso l’Europa nel corso della guerra; all’udire le parole di Ivywood, la sua reazione è la seguente: «Ora me ne andrò. – disse – Oggi ho visto qualche cosa che è peggiore della guerra: il suo nome è Pace». Da qui in poi, il romanzo racconta della vivace rivoluzione portata da Dalroy e dall’oste Humprey Pump per liberare l’Inghilterra dall’ombra islamica; una rivoluzione tutt’altro che violenta, condotta portando alla gente rhum e formaggio, perché il nuovo regime, con una legge scaltra, ha di fatto vietato l’esistenza di osterie.

C’è una pace che è peggiore della guerra – dice Dalroy. Lo vediamo anche noi. C’è una pace che uccide, ma lo fa quietamente; ed è lo spargimento di un’uniformità indeterminata. In questa forma di tolleranza amorfa ci perdono tutti (atei, credenti, industriali, operai, poligami e single): tutto viene accolto e compreso, le differenze vengono piallate o taciute, la sessualità neutralizzata e il sesso liberalizzato, le religioni associate in un unico calderone, folle oceaniche inquadrate con uniformi matite alzate. Questa è la pace peggiore della guerra di cui parla Dalroy, che però non è un violento. Lui prende le armi quando si tratta di difesa, perché Chesterton sosteneva che «il vero soldato combatte perché ama ciò che ha alle sue spalle e non perché odia ciò che ha di fronte»; quando si tratta di attacco, Dalroy usa rhum e formaggio, cioè usa il metodo dell’osteria: che è il luogo della democrazia, lì dove gli uomini discutono di cose serie mangiando e bevendo. Discutono nell’unico modo serio, ricordandosi che sono creature (bisognose di mangiare e bere) e non padroni. Dalroy, dunque, è un terrorista al contrario; fa incursioni mirate per risvegliare l’umanità assopita della gente.untitled (2)

Il modo che un pittore ha per comprendere un albero è riempire una tela di linee. E più studia l’albero, guardandolo, più le linee e i colori si fanno distinti. Magari all’inizio pensava di usare solo il marrone e il verde, ma poi decide di scegliere varie sfumature, dallo smeraldo all’oliva. Perché addentrandosi nella conoscenza di quel vegetale, l’idea vaga di partenza si fa sempre più precisa. E nel dipingere, il pittore non conosce solo l’albero, ma anche se stesso: non comprende solo le qualità di quel vegetale, ma si rende conto, grazie alle differenze, delle qualità di se stesso come essere umano (la corteccia non è pelle, i rami non sono braccia, le radici non sono piedi). Il riconoscimento della diversità non sancisce barriere e distanze incolmabili, ma esalta una comprensione priva di astrattezza; eppure, il pensiero dominante in cui non ci imbattiamo sempre più di frequente dice – per rimanere nella metafora – che il pittore farebbe di gran lunga meglio a lasciare la tela bianca, per rispettare davvero l’albero. Non si sa come, pare che il miglior modo di comprendere ed essere comprensivi sia diventato quello di tacere.

Il signor Chesterton non era invadente, ma certo non stava zitto. Sul tema della conoscenza, che fosse quella del vicino di casa, o di un libro o di una religione, fu animato proprio dallo stesso spirito del pittore ipotetico che ho descritto: io conosco qualcosa, quando tratteggio linee di demarcazione e quando separo il nulla dalle presenze vive che ci sono, e che hanno le loro forme uniche. Così Chesterton: «La mia tesi è che la speranza complessiva, e l’unica speranza possibile, risiede non nel mescolare insieme due cose, ma piuttosto nel separarle nel modo più profondo possibile. Questo è l’unico modo per cui si può far sì che due cose, stando l’uno fuori dalla portata dell’altra, possano riuscire ad apprezzarsi e ad ammirarsi ragionevolmente a vicenda. Finché due cose sono differenti ma si suppone siano identiche, non potrà esserci altro che una mente divisa e un equilibrio barcollante» (da Quel che ho visto in America).

khartoum-792543lQuesta premessa era indispensabile per introdurre una riflessione specifica sull’Islam del signor Chesterton, che altrimenti potrebbe essere fraintesa da chi legge frettolosamente e scambia la comprensione per faziosità. Nel 1917 Chesterton pubblicò un saggio su Lord Kitchener, un generale britannico che, oltre ad aver trionfato nella guerra boera, nel 1898 aveva combattuto contro le truppe del Sudan, dove era stato fondato uno stato islamico. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Nel 1880, infatti, in Sudan un certo Muḥammad Aḥmad si proclamò Mahdi (che significa «ben guidato da Dio») e capeggiò una rivolta contro la dominazione anglo-egiziana. Nel 1884 pose sotto assedio le forze britanniche a Khartoum e le costrinse alla resa il 26 gennaio 1885 (vicenda raccontata nell’omonimo film con Laurence Olivier e Charlton Heston). Muḥammad Aḥmad morì di febbre tifoide, dopo aver costituito uno Stato islamico. I suoi successori, detti “mahdisti”, e guidati dal suo successore soprannominato Khalifa, furono sconfitti dai britannici il 24 novembre del 1898. Su questa vicenda, Chesterton espresse questo commento che è azzeccato anche per l’attuale momento storico:

«C’è nell’Islam un paradosso che forse rappresenta una permanente minaccia. Questa grande fede nata nel deserto fa sbocciare la sua estasi proprio dalla desolazione della sua terra, e si potrebbe anche dire dalla solitudine della sua teologia. Essa afferma, e con non poca sublimità, qualcosa che non è tanto la singolarità di Dio, quanto la sua solitudine. Con estrema semplificazione, la fede è in tutto simile alla figura solitaria del Profeta Maometto; eppure questo isolamento prorompe perpetuamente nel suo esatto contrario. Un vuoto sta nel cuore dell’Islam che deve essere riempito ancora e ancora dalla mera ripetizione di quella rivoluzione che lo ha fondato.
Non ci sono Sacramenti, l’unica cosa che può accadere è una specie di apocalisse, unica quanto la fine del mondo; e di conseguenza non si può far altro che ripetere questa apocalisse e che il mondo finisca ancora e ancora. Non ci sono preti, eppure questa uguaglianza può solo generare una moltitudine di profeti anarchici numerosi quasi come i preti. Proprio il dogma che dice che c’è solo un Maometto genera una processione infinita di Maometti. Tra questi, i più potenti dei nostri giorni sono un uomo chiamato Ahmed, il cui titolo più famoso è il Mahdi e il suo ben più feroce successore Abdullahi, generalmente conosciuto come il Khalifa. Questi grandi fanatici, o grandi creatori di fanatismo, sono riusciti a rendere il loro militarismo quasi famoso e formidabile come l’impero turco, sulle cui frontiere indugiano, e a spargere un regno di terrore che solo raramente si riesce a organizzare, se non dalla civiltà» (da Lord Kitchener).

L’ultima parte di questo commento fotografa esattamente quello che vediamo attorno a noi, un militarismo fanatico guidato da supposti profeti. Per quanto riguarda gli esponenti moderati, da una parte ci conforta sentire certi imam che citano il Corano, dicendo che il testo condanna chiunque uccide un’altra persona, dall’altra ci lascia perplessi sentire altri autorevoli imam, come quello di Londra, citare lo stesso Corano per dire che però chi insulta il nome del Profeta merita la morte. Un corteo di infiniti Maometti che dicono di proclamare la verità dell’unico Maometto.

Ma è la prima parte di questo commento di Chesterton a essere davvero profonda come contributo. Si potrebbe dire che dimostri che l’Islam è la vera religione. Perché la parola religione contiene una nostalgia infinita: è il tentativo di mettere insieme tutto il grido umano verso un Dio lontano. A differenza della convivialità, anche burrascosa, dell’Olimpo politeista, una religione monoteista fissa l’occhio su un Dio solo, e anche solitario nell’alto dei cieli. Ci sono due solitudini distanti, quella dell’uomo sulla terra che alza gli occhi al cielo, e quella della divinità, lontana, intoccabile, innominabile. E non suscita una ferita questo vuoto tra la terra e il cielo? Ecco che Chesterton è in grado di porgerci anche il volto più fanatico dell’Islam, pur senza giustificarlo, come un moto che si genera da un dolore: solo con un’apocalisse, con una rivoluzione, si può colmare il vuoto e meritarsi di andare, morendo, a conoscere quel Dio lontano.

Il cristianesimo viene chiamato in causa nei dibatti attuali, da certi illuminati ideologi che vorrebbero mettere ogni credo religioso nello stesso fascio (e vorrebbero tanto bruciarlo per sempre). Ma in effetti il cristianesimo è opposto all’Islam, proprio in virtù di una somiglianza radicale: l’idea che sia necessaria una rivoluzione, un grande scossone per legare Dio e l’uomo. Nel caso del cristianesimo la rivoluzione è accaduta in Cielo, non tra gli uomini. Il Vangelo racconta che la distanza è stata vinta mettendo sotto sopra il regno dei Cieli: Dio ha mandato giù suo Figlio. Questo professa il cristiano, la cui fede non è tanto una religione, bensì un’esperienza divina manifestata. Peraltro il Dio cristiano è Trinità, cioè è compagnia (e non solitudine) persino in se stesso. Non è «tanti dèi», è il mistero di un Dio «unico che si fa relazione», anche con l’uomo. Ci ha lasciato i Sacramenti per accompagnarci in ogni passo del cammino terreno: ci bagna con l’acqua alla nascita; ascolta la nostra voce quando facciamo i conti con il nostro male; si fa pane e vino; ci dà come compagno di strada un Consolatore perfetto; rende eterno il nostro amore o la nostra vocazione sacerdotale; ci prende per mano nel momento della morte.

Ecco, tutto ciò non è faziosità. Una volta di più l’incontro con la diversità può essere occasione per evidenziare meglio l’identità su cui il nostro popolo è stato edificato. Ho sentito dire dal signor Corrado Augias che le colonne portanti dell’Europa sono state il Protestantesimo e la Rivoluzione francese. Per quanto ne so, niente comincia da una protesta o da una rivoluzione: se si protesta o ci si ribella, deve esistere qualcos’altro rispetto a cui si dissente. Dissentiamo, d’accordo. Ma non imbrogliamo la vista: l’Europa è piena di opere sociali, imprese, opere d’arte, conquiste politiche che trovano nel seme cristiano un fulcro generativo. Ed è il seme fecondo dell’abbraccio, non della solitudine. Gesù andò nel deserto per vincere la tentazione del diavolo, ma quando si trattò di lasciarci i suoi insegnamenti, sfamava le folle e si mise a tavola coi suoi amici.

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Duccio da Boninsegna – Ultima cena

 

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