«Polvere sei e in polvere ritornerai». E io, bambina, che non ci credevo

mercoledì-ceneri«Memento quia pulvis es et in pulverem reverteris»… La fila dei fedeli scorre in silenzio dal fondo della chiesa all’altare, le mani del celebrante cospargono di cenere i capelli. Le Ceneri tornano, come ogni anno, in un giorno di febbraio con il sole giallo pallido, come convalescente. I bambini appena usciti sul sagrato si scuotono con una mano la polvere dalla testa, sorridendo.

Anche io, mi ricordo, sorridevo da piccola, alle Ceneri. «Sei polvere e in polvere ritornerai», è una parola grave per un bambino. Che non sa, affatto, di essere terra, vivo e fresco come è. Che mai più immagina di potere, davvero, tornare in cenere. Almeno, io non ci credevo. Era, ai miei occhi, quel genere di cose che a volte raccontano i grandi, ma che non vanno prese alla lettera; un modo di dire, insomma, cui non dare più che tanto peso.

Però mi incuriosiva, sulla mia treccia castana, la cenere. Avevo visto i falò della notte di Ferragosto, in montagna, e sapevo come il fuoco avvampi e vigoroso divori, crepitando, i vecchi ceppi; e avevo visto come, pur sembrando il legno duro e coriaceo, e il fuoco solo un’aura d’oro, quest’ultimo lo incenerisse, lasciandone prima un’ombra trasfigurata, incandescente, e poi soltanto polvere. Che il fuoco, che ai miei occhi di bambina era una creatura viva e forte, sapesse ridurre i vigorosi tronchi in nulla, mi impressionava. Quando, al mattino del 15 agosto, presto, tornavo sul prato del falò, la cenere era ormai appena tiepida; e meravigliata la accarezzavo con le mani, polvere fina e opaca, un niente che mi scivolava fra le dita.

Possibile che noi, e che perfino io, che mi sentivo così viva, davvero fossimo destinati a diventare polvere? Il gesto dell’inizio di Quaresima mi meravigliava profondamente. Poi, crescendo, ho cominciato ad ammettere che forse sì, il prete diceva sul serio sull’altare: ma, parlava dei vecchi. Che gli ottuagenari con la faccia segnata dalle rughe e le membra prosciugate dal tempo potessero diventare polvere, mi sembrò possibile. Ma io, no, via, era certamente uno scherzo.

Poi un’estate, avrò avuto sette anni, mia madre mi disse che Diego, il bambino che abitava nella casa dietro alla nostra in montagna, non era tornato dalla colonia sull’Adriatico. Diego, se lo era preso il mare. Incredula vidi passare il corteo funebre, lento, la bara bianca coperta di rose. «Memento quia pulvis es…». Dunque, il prete diceva per davvero. Ma io affacciata a quella finestra guardavo le mie mani ancora paffute, le mie braccia morbide, e sentivo nelle gambe la voglia di correre, e non ci potevo credere.

Ci ho messo anni, a capire. Oggi la cenere si mescola ai miei primi capelli grigi. Devo dire che non mi fa paura; considero con dolcezza l’idea che il mio corpo torni terra, e prato, e erba. Ma il fuoco di quei lontani falò mi torna in mente. È vero, mi ricordo, lasciava dietro di sé solo una ineffabile polvere. Ma come alta era la fiamma, che dal legno arso si levava: mai tanto viva, quanto nell’attimo in cui la materia, vinta, inceneriva.

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